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Green Book: i veri colori dell’identità

Fin da piccola ho sempre amato vedere film; mi sono  rifugiata lì per cercare delle risposte che non riuscivo a trovare da sola, per evadere dai momenti difficili e catapultarmi in una realtà differente che non vivevo ostile; non so quante volte ho sperato di essere salvata da Leonardo Di Caprio sul Titanic; ho sognato spesso di avere come migliore amico E.T. e sono assolutamente convinta di aver imparato a ballare il mambo da Patrick Swayze in Dirty Dancing.

Quando ho visto il trailer di Green Book mi sono detta che avrei dovuto assolutamente vedere questo film; da profonda amante della recitazione e del cinema, è sempre bello quando, oltregli sforzi delle case di produzione per mettere sul mercato la pellicola dell’anno, ci sono ancora film che emergono fra gli altri perché parlano un linguaggio differente, toccando delle corde la cui esistenza, molto spesso, tendiamo a nascondere. Ed infatti, Green Bookè la storia di un rapporto che si svela a poco a poco, pur nascendo come ponte tra due mondi che apparentemente non hanno nulla in comune: quello del pianista afroamericano Don Shirley, e quello del buttafuori italoamericano Tony Vallelonga, che diventerà autista del musicista in un tour di concerti nel Sud degli Stati Uniti degli anni sessanta, dove ancora imperversano discriminazioni razziali e i neri vengono sottoposti a quotidiane vessazioni. Proprio come difesa a queste vessazioni nasce il Green Book, guida di viaggio che tutti i neri possono consultare per trovare ristoranti, alloggi, club da frequentare liberamente senza essere discriminati in modo tale da avere un viaggio piacevole.

Questo film fa da guida anche a noi, che partecipiamo fin da subito alle avventure di questi due personaggi così apparentemente diversi eppure così profondamente uguali: un buttafuori puro e verace, che si difende con la violenza e sembra considerare le persone di colore inferiori e un pianista che aborrisce la violenza, vive in una casa affollata di cimeli e pezzi di antiquariato e si maschera dietro un galateo portato all’estremo.

Sarà faticoso per entrambi stabilire un contatto, perché l’uno fa da specchio all’altro, in un continuo gioco di rimandi che ci fa riflettere su cosa sia, in realtà, la diversità. Perché dietro a tutto quello che ci porta ad allontanarci e nasconderci dall’altro, a vederlo solo come nero e diverso, c’è qualcosa che è comune a tutti gli esseri umani: la reale esigenza di esprimere sé stessi e aprirsi al mondo, al di là delle differenze di razza, ceto e sesso; ed è altrettanto comune il dolore che si prova quando quest’esigenza non viene accolta ma calpestata, e il nostro desiderio di crescere, amare e amarci non viene ascoltato.

È allora che l’uomo si nasconde dietro a quel muro che lo allontana dall’altro, non capendo che ciò che è più doloroso è che quel muro l’ha eretto anche dentro di sé.

È allora che il mondo si popola di «gente sola che ha paura a fare il primo passo» e che vede nell’altro un nero, una diversità pericolosa; Green Bookci invita a riscoprire tutti i colori che sono dietro quel nero, come unica vera guida per la ricerca della nostra strada.

Proprio quando i due protagonisti del film si apriranno a vicenda inizierà il vero viaggio: un viaggio che parla della scoperta della propria identità, come piena espressione di sé e comprensione dell’espressione dell’altro; un viaggio attraverso il quale Tony, nello scambio con Don Shirley, riscopre una parte di sé che teneva nascosta, «Sono capaci tutti a imitare Beethoven, ma quello che fai tu con la musica… ti rende unico!»; un viaggio in cui Don Shirley, grazie alla possibilità di aprirsi al rapporto con Tony, comprende il poco valore dei cimeli preziosi di cui si circondava, se messo a confronto con il tesoro più prezioso: la storia, il percorso di crescita che ci rende così simili eppure così straordinariamente diversi l’uno dall’altro.

Un viaggio verso la scoperta della propria e altrui diversità, intesa come identità vera, esito di una storia personale unica; e soprattutto, un viaggio verso la possibilità di capire che la violenza più grande è quella che facciamo a noi stessi quando decidiamo di erigere un muro dietro cui barricarci, inaridendo così la capacità di sentire che cerca e chiede espressione e corrispondenza, quella sensazione di calore che tutti abbiamo provato tra le braccia di una persona che ci ama, davanti agli occhi di qualcuno che ci guarda veramente dentro.

La possibilità di scavalcare, barricate, paure, pregiudizi, isolamenti forzosi e forzati che porta un musicista nero dalle buone maniere e poco socievole a passare la vigilia di Natale con una famiglia di italiani molto rumorosa e di bassa estrazione sociale.

Questo film è uno dei più belli dell’ultimo periodo non solo per l’eccezionalità degli attori e la delicatezza della regia, ma perché fa capire che quelle risposte che cercavo disperatamente da bambina, e che tutti noi abbiamo cercato, le abbiamo dentro di noi; perché richiama al nostro più recondito desiderio di rapportarci  per come siamo veramente, senza maschere né filtri, senza paura di quello che non conosciamo e etichettiamo come diverso.

È una guida alla scoperta del luogo più bello verso cui un essere umano possa essere diretto, quel luogo dentro di noi che è sede di un sentire vero, umano, affettivo, quell’universo integro e colorato che non mette al bando il nero, ma lo trasforma, facendo di questa trasformazione la costante della nostra vita.

Jessica Cortini

 

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