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Sul sentiero della lingua madre

Lingua madre

Mi sono/

trasformata in me stessa/

di attimo in attimo/

smembrata fatta in pezzi/ sul sentiero delle parole.

La madre lingua/

mi ricompone/

mosaico di esseri umani

Recita così la poesia Mutter Sprache (lingua madre) di Rose Ausländer, poetessa tedesca ebrea, esiliata negli Stati Uniti duranti gli anni del nazismo. Un componimento in cui, con grande forza lirica, la poetessa immagina la propria lingua madre, il tedesco, come un elemento trasformativo interno ed esterno che, come un mosaico, viene prima distrutto in pezzi e poi ricomposto. Analogamente ad Ausländer, molti altri autori di madrelingua tedesca hanno messo in discussione, durante e dopo il Reich, il loro rapporto con la lingua madre, con quel tedesco che, nell’arco di un decennio, era degradato, tramutandosi dalla lingua di Goethe, di Bach, di Beethoven in quella degli assassini: deturpata, snaturata, identificata con l’orrore e con il vuoto del nazismo. Dopo la fine della guerra e la scoperta degli atroci crimini commessi dal Terzo Reich, era diventato così difficile scrivere poesie, romanzi, racconti in tedesco che, a volte, si preferiva farlo adottando una lingua straniera. Non a caso, nella letteratura tedesca posteriore al 1945, si parla di “ora zero” o di “letteratura del taglio del bosco”, per indicare la necessità che molti scrittori e artisti sentivano di fare tabula rasa. C’è stato anche chi, come Adorno, ha scritto che scrivere poesie dopo l’orrore di Auschwitz sarebbe stata un’impresa impossibile: la lingua madre veniva così annullata reagendo a un grande dolore, un dolore di cui la poesia e la narrativa del secondo Novecento è permeata.

A cosa è legato questo grande dolore? Certamente alla catastrofe politica e umana del totalitarismo, viene da rispondere. Eppure perché l’uso della lingua, nello specifico di quella tedesca, ha avuto ripercussioni così profonde? In che misura il nazionalsocialismo, con tutte le sue tragiche conseguenze, ha compromesso così radicalmente il linguaggio?

Dietro alla lingua alla quale molti tedeschi hanno rinunciato, o sulla quale tanto hanno riflettuto, si nasconde molto altro. Muttersprache, mothertongue, lingua madre sono termini che non indicano solamente la “madre” biologica dalla quale, come sembra alludere il sostantivo in diverse lingue, apprendiamo a parlare e non corrisponde neppure solo all’insieme dei suoni e poi delle parole che, in maniera via via più complessa, impariamo da quando nasciamo. L’acquisizione del linguaggio ha a che fare con una fase anteriore alla formazione di vocaboli, frasi, periodi – diremmo la fase “prelinguistica” – e racchiude la nostra storia di esseri umani. Chi si prende cura di noi piccoli – madri, padri o adulti significativi – non ci trasmette solamente una serie di informazioni fonologiche né solamente dei contenuti di significato ma, attraverso il non-verbale, i gesti, il contatto fisico di chi ci sta accanto riceviamo affetto, dedizione, attenzione, presenza (oppure no). È in questa fase, che conduce poi allo svezzamento come primissimo momento di autonomia, che il linguaggio in tutte le sue numerose accezioni è cruciale poiché è il mezzo attraverso il quale ci esprimiamo e perché porta con sé il nostro rapporto con la persona o le persone che ci accolgono e ci crescono. A questo fattore interumano se ne aggancia un altro prettamente individuale, annodato ad un moto interno: la lingua che parliamo è il frutto, la manifestazione, la messa in atto delle immagini che, sin dalla nascita, realizziamo dentro di noi e che, rielaborate, si trasformano in parola e, dunque, in pensiero. Il linguaggio è, dunque, non tanto un’imitazione meccanica di ciò che ascoltiamo da bambini ma è invece un elemento plastico con il quale in una certa misura “giochiamo”, un elemento malleabile come un’argilla che, soprattutto da piccoli, plasmiamo in continuazione. Una parola, anche breve, nasce infatti da una nostra, individuale, personalissima elaborazione interna di ciò che percepiamo, vediamo, ascoltiamo intorno a noi. È allora qui che nasce il potere creativo della lingua, indissolubilmente legato alle immagini interne, e che, poi, abbiniamo alla sintassi, al lessico, alla fonologia della lingua – o delle lingue – che parliamo e che sono indispensabili per comunicare. È da questa fusione di diversi fattori che nasce ciò che distingue gli esseri umani: il nostro essere umani in grado di fondere l’immagine alla parola e, dunque, di creare una “nostra” lingua madre, sempre diversa.

Come colleghiamo queste osservazioni alle domande che ci siamo posti all’inizio sulla storia del tedesco? Il nazismo, il totalitarismo perfetto che ha penetrato nell’interiorità dell’essere umano, ha realizzato un’operazione di svuotamento del linguaggio senza precedenti, aggredendolo nella sua interezza sia nel suo aspetto più formale ma soprattutto nel suo contenuto più intimo e primario, nella dimensione individuale di tante persone che crescevano sul “sentiero di parole” della propria lingua, per riprendere i versi di Rose Ausländer. Diversi artisti, non solo ebrei, hanno sentito che la loro lingua madre, la loro espressione originaria, il loro punto di partenza era annichilito dalla fredda logica dei capi nazisti e hanno impiegato anni per rimettersi su quel “sentiero”: ancora oggi, se ci pensiamo bene, il tedesco è identificato con quel terribile decennio della storia piuttosto che con i tanti secoli precedenti o con i difficili, ma pur importanti, anni di rinascita dopo il 1945.

La lingua madre è, alla luce di queste brevissime osservazioni, due cose allo stesso tempo: l’insieme delle “convenzioni” linguistiche, in costante cambiamento storico e sociale, grazie alle quali possiamo comunicare ma è anche l’involucro che racchiude una storia sempre diversa perché declinata nelle nostre singole e sempre peculiari capacità di elaborare ciò che, intorno a noi e dentro di noi, accade.

 

Giuliano Lozzi

 

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