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Alzheimer, una storia di immagini perdute

Ci sono momenti della vita in cui, come davanti ad uno specchio, ci troviamo di fronte a noi stessi.

Ripensiamo ai tanti passi fatti, a volte difficili e faticosi, altri belli e importanti, ciascuno fondamentale per costruire la strada che ci ha condotto dove siamo oggi. Ripensiamo alla nostra storia, alle numerose scene che costituiscono il film della nostra vita, immagini incise nella memoria. Ripercorrendo questo viaggio, nel susseguirsi incessante dei numerosi ricordi, possiamo a volte accorgerci che sembrano mancarci alcune sue tappe, come se alcuni di queste fossero andate perse.

Come è possibile che alcune immagini ci appaiano sfocate o mancanti? Che fine hanno fatto quei ricordi?

La memoria è quella capacità cognitiva che permette di archiviare le nostre esperienze in tanti piccoli cassetti, in modo tale da averle a disposizione, per più o meno tempo, e poterle recuperare quando lo desideriamo.

Come ci spieghiamo allora la presenza o l’assenza di alcuni momenti all’interno della nostra memoria?

Potremmo forse pensare che, dopo tanto tempo, le immagini più datate finiscano per deteriorarsi o che i nostri cassetti, ad un certo punto troppo colmi, ci costringano a buttar via vecchie cose per far spazio alle nuove. E se questa scelta non fosse meramente dettata da condizioni funzionali?

Vi sarà certamente capitato che la presenza improvvisa di un profumo, apparentemente vago ed indefinito, facesse poi riaffiorare, in pochi secondi, una sensazione di familiarità e subito dopo, con essa, un chiaro ricordo del passato, un momento che ha avuto per voi una forte valenza affettiva e che, senza quel profumo, non sareste probabilmente riusciti a rievocare.

La nostra possibilità di conservare i ricordi, dunque non dipende esclusivamente da un mero procedimento meccanico che permette di immagazzinare le informazioni provenienti dall’esterno, in quanto essa è strettamente connessa al mondo degli affetti, alla nostra storia, alla qualità dei rapporti vissuti, al valore affettivo che quei momenti significativi hanno avuto per noi. Ecco allora che dietro quel profumo che ci ha permesso di rievocare un ricordo, c’è stato un rapporto importante. Il profumo di un fiore ci riporta al momento in cui qualcuno ce lo ha regalato, il profumo di un piatto ci ricorda dell’affetto di una nonna che si prendeva cura di noi, l’odore lasciato nell’aria da una pioggia d’agosto ci ricorda della fine di una giornata estiva trascorsa con la persona che amavamo.

Alla luce di queste considerazioni, lo scopo dell’articolo vuole essere quello di fornire un punto di vista che tenga conto anche della sfera affettiva nell’evoluzione di patologie che vedono coinvolti la memoria ed i ricordi, come le demenze ed in particolar modo l’Alzheimer.

La malattia di Alzheimer, descritta per la prima volta nel 1906 dallo psichiatra tedesco Alois Alzheimer, è la più comune forma di demenza degenerativa il cui esordio affiora solitamente intorno ai 65 anni. Con il termine “demenza” non si indica una malattia specifica, bensì una sindrome, cioè un insieme di sintomi che comporta l’alterazione progressiva di alcune funzioni. Questa patologia, infatti, si presenta con un progressivo declino delle facoltà mentali che può compromettere, nel tempo, diverse capacità individuali relative alla memoria, alla comunicazione e al linguaggio, alla concentrazione e all’attenzione, al ragionamento e al giudizio, alla percezione visiva. Per poter parlare di demenza è necessario che siano coinvolte almeno due delle sopraelencate funzioni mentali. Questo processo degenerativo conduce al danno prima, e alla morte poi, delle cellule neuronali, che avvengono a causa della presenza di due strutture anomale chiamate placche e grovigli, entrambi depositi di due diverse proteine: la beta amiloide per le prime, che si accumula tra le cellule nervose, e la tau per i secondi, che si accumula invece al loro interno. Questi depositi interessano inizialmente l’ippocampo, regione cerebrale appartenente al sistema limbico, deputata ai processi inerenti l’apprendimento e la memoria a lungo termine, e finiscono per estendersi a diverse aree della corteccia cerebrale e ai ventricoli.

La patologia si manifesta con sintomi di diversa natura:

o   alcuni relativi alla sfera cognitivo-funzionale, tra cui la perdita di memoria, le difficoltà di concentrazione e di orientamento spazio-temporale, i disturbi del linguaggio, la compromissione della capacità ad utilizzare oggetti o giudicare correttamente le situazioni;

o   altri legati invece all’umore, al pensiero e al comportamento, come l’irritabilità, l’impulsività, l’aggressività, la sospettosità, la diffidenza, i deliri e le allucinazioni.

L’esordio della malattia di Alzheimer è particolarmente insidioso, poiché il suo decorso è lento e caratterizzato da sintomi aspecifici, e dunque, non solo diversi per ogni paziente, ma anche e soprattutto riconducibili a più patologie differenti. Questa mancanza di specificità, unita all’assenza di certezze relative all’eziologia della malattia, porta ad una maggiore difficoltà nel processo diagnostico.

Attualmente il morbo di Alzheimer è infatti considerato a livello medico una patologia multifattoriale e non è stata ancora identificata con chiarezza la sua eziopatogenesi. In merito ad essa, sono state formulate diverse ipotesi che tengono conto tanto delle componenti genetiche, quanto di quelle biologiche e di quelle ambientali e che differiscono tra loro sulla base del maggior o minor valore che vengono attribuite a ciascuno di questi aspetti.

Tra quelle che danno una forte valenza agli aspetti prettamente neurobiologici, troviamo:

  • l’ipotesi colinergica, la quale mette in evidenza una degenerazione specifica del sistema neurotrasmettitoriale colinergico;
  • l’ipotesi glutammatergica, la quale invece ha individuato un coinvolgimento del glutammato nei meccanismi degenerativi della malattia;
  • l’ipotesi sulle mutazioni genetiche, derivata da alcuni studi che riconoscono nelle mutazioni specifiche del gene dell’APP (proteina precorritrice della beta-amiloide) un’associazione a casi familiari di malattia di Alzheimer.

Inoltre, sempre a livello genetico sembra che la presenza dell’allele E4, una delle tre forme del gene APOE (Apolipoproteina E), sia un fattore predisponente per l’insorgenza della malattia, esso cioè, da solo, non viene identificato come condizione necessaria né sufficiente per la sua comparsa. È infatti la molteplicità di interazioni con altri fattori di natura genetica e ambientale ad esporre i portatori di questo allele ad un rischio maggiore di Alzheimer. Come evidenziano perciò questi studi, non è possibile trascurare l’importanza dei fattori ambientali nell’insorgenza e nell’evoluzione della malattia. Con essi si intende anche il contesto sociale in cui l’essere umano vive i suoi rapporti.

Alcuni studiosi si sono anche soffermati sulla comprensione delle componenti psichiche della patologia, dandone una lettura psicodinamica.

Nella demenza di Alzheimer la percezione del reale subisce un’alterazione tale che il paziente presenta delle difficoltà nel riconoscere i limiti tra il proprio mondo interno e quello esterno. La destrutturazione delle funzioni psichiche primarie conduce la persona malata ad una regressione psicologica, cioè ad un ritorno a livelli arcaici di funzionamento psichico, che può essere considerato una forma estrema di sopravvivenza in cui i meccanismi di difesa più maturi vengono sostituiti da altri più primitivi. Alcuni autori ipotizzano infatti che questa regressione possa avere una funzione difensiva rispetto alla catastrofe inaccettabile del proprio progressivo deterioramento e dell’alterazione del contatto con la realtà. Il paziente infatti, perdendo sempre più nel tempo la costanza oggettuale, non riesce più a mantenere un’ immagine stabile né di sé, né degli altri. In quest’ottica, allora, gli aspetti depressivi, i deliri ed i comportamenti problematici assumono un significato di lotta per la sopravvivenza ed hanno dunque un importante valore comunicativo. In questo senso possono essere allora considerati come gli unici strumenti che il malato ha ancora per cercare di comunicare con un mondo esterno che egli vive sempre più frammentato e disgregato. Il paziente quindi sperimenta la perdita del senso di realtà, l’incapacità di dare un significato ai propri vissuti interiori e di ordinare e riconoscere i ricordi, per cui le immagini del passato ritornano alla mente sovrapponendosi al presente. Nel decorso della patologia si presentano anche importanti picchi depressivi che possono condurre all’instaurarsi di deliri come fuga dalla realtà e che possono portare infine ad una vera e propria frammentazione del Sé. È come se il malato avanzasse verso la morte in una posizione regressiva sia sul piano cognitivo che su quello relazionale. È come se potesse vivere la sua vita solo a patto di non viverla davvero. Non ricorda più chi è, ricorda in modo confuso chi era. Non riesce più ad essere presente nella propria quotidianità, a svolgere le azioni anche più semplici e diviene sempre più assente nei rapporti affettivi.

Di recente è stato riscontrato un importante legame tra Alzheimer e depressione, non solo nella correlazione tra le due patologie, ma anche da un punto di vista neurobiologico, in quanto sono state messe in evidenza delle analogie nei processi coinvolti. Il rapporto tra manifestazioni depressive e malattia di Alzheimer è infatti da alcuni anni uno dei temi che ha maggiormente interessato la comunità medico-scientifica. Queste due patologie condividono una costellazione di sintomi quali la compromissione della memoria, l’apatia, l’alterazione della concentrazione, dell’attenzione e delle capacità decisionali, il rallentamento delle funzioni motorie, e la presenza di sintomi legati alla sfera affettiva. Tali similitudini sul versante sintomatologico conducono alla difficoltà di discernere l’esordio di una demenza accompagnato da sintomi depressivi da una depressione che presenta anche deficit cognitivi. Per tanto tempo si è creduto che i sintomi depressivi fossero una parte della sintomatologia complessiva dell’Alzheimer, la cui insorgenza veniva ricondotta alla presa di consapevolezza dei pazienti rispetto al sempre più evidente deterioramento delle proprie capacità e della propria autonomia. Studi recenti (Bayers, Yaffe, 2011; Gaysina et al., 2019), hanno invece riscontrato una forte correlazione positiva tra episodi depressivi maggiori e l’incremento delle probabilità di sviluppare una demenza, identificando perciò la depressione come un marcato fattore di rischio per lo sviluppo futuro della malattia di Alzheimer. Ricerche più specifiche condotte negli ultimi anni (D’Amelio et al., 2019), hanno inoltre messo in evidenza come nei processi patogenetici dell’Alzheimer vi sia anche l’implicazione di un deficit a carico del sistema dopaminergico, sistema che ricopre un ruolo centrale anche nelle sindromi depressive. Nello specifico, il danno neuronale a livello dell’area tegmentale ventrale, dove si trova la maggior parte dei neuroni produttori di dopamina, provoca un mancato apporto di quest’ultima all’ippocampo e compromette il funzionamento di quest’area della memoria impedendo così la formazione di nuovi ricordi.

Alla luce di queste considerazioni, sembrerebbe possibile ipotizzare l’esistenza di legami causali tra depressione ed Alzheimer, i quali non hanno ancora tuttavia un riscontro certo. Le similitudini che queste due patologie condividono sul piano sintomatologico e neurobiologico, riflettono, dal nostro punto di vista, le analogie esistenti anche sul piano affettivo.

Entrambe le patologie coinvolgono, seppur in maniera diversa, la memoria e la perdita delle immagini. Abbiamo visto come nell’Alzheimer la compromissione della memoria porti il paziente ad una progressiva perdita dei ricordi, delle immagini, di sé, per una storiadolorosa di un passato inespresso e difeso per un dolore inaccettabile che oggi pervade senza possibilità di arresto un presente monotono e sempre uguale nello spazio e nel tempo, aggravato oltremodo da una pervasiva incapacità comunicativa verbale e non verbale che potrebbe lasciar pensare che questi pazienti non abbiano più emozioni e capacità affettive.

Anche il paziente depresso racconta di una storia in cui ha pensato di aver perso il proprio mondo affettivo e con esso anche la possibilità di stare bene nei rapporti umani. Un mondo affettivo fatto di immagini, ricordi e esperienze anche deludenti, vissuti difficili se non impossibili da far evolvere e trasformare, per l’incapacità ormai divenuta organica di crearne di nuovi. I ricordi del passato come in un effetto boomerang prendono uno spazio totalizzante ed esclusivo nella mente del paziente che si trova in un presente sempre più impossibile da vivere perché inficiato da quel passato che blocca.

Dunque, anche il paziente depresso, parla di una storia di immagini perdute, di quelle parti affettive valide di sé che gli avrebbero consentito di crescere e di realizzare i propri desideri e che ora non riconosce più.

Quanto riportato, ci apre ad una visione che integra l’aspetto neurobiologico con la sfera affettiva. Questo permette di pensare ad un differente approccio al paziente in cui la risposta a tali patologie non veda come unico scopo il rallentamento del loro decorso. Riconoscendo lo stretto legame tra Alzheimer e vissuti depressivi, il senso che tali patologie possono assumere nella storia di vita dei pazienti e l’importanza del coinvolgimento del mondo affettivo nella loro insorgenza, si potrebbe proporre percorsi di cura incentrati su un rapporto professionale e umano che sia valido, competente e sapiente che veda il paziente come una persona che ha una patologia, ma anche come un essere umano che porta con sé una storia.

Parleremo allora non più di una storia di immagini perdute, ma della storia di un essere umano considerato e compreso nella totalità delle sue tre parti: corpo, mente, affetti.

Dott.ssa Carmen Ventrice

Dott. Flavio Sellaroli

Dott. Susanna Fiorello

Dott.ssa Paola D’Aiuto

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