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Cosa significa diventare grandi?

Ogni adolescente è alla ricerca della propria identità. Ma come si arriva a quell’“Io sono” seguito dal proprio nome?

Immaginiamoci un adolescente liceale durante un normale giorno di scuola. Cosa starà pensando? Probabilmente si starà chiedendo come fare a diventare come quel compagno di scuola così figo? Dovrebbe comprarsi la sua stessa felpa? Forse starà scrivendo sul suo diario il verso di qualche canzone trap, pensando di trovare in esso tutte le risposte che ha sempre cercato. L’adolescente è impegnato nella ricerca della felicità, del suo mondo affettivo, ma non vede ancora bene la strada per poterlo realizzare. Certamente nel suo cuore c’è quel ragazzo o quella ragazza che gli piace a cui però non sa proprio cosa dire. Il suo mondo affettivo infatti, riflette tutti i suoi rapporti precedenti, sia con gli adulti che con i pari, ma quello con la ragazza o il ragazzo di cui è segretamente innamorato è del tutto nuovo per lui e questo incontro con il diverso, se da una parte lo attrae, dall’altra lo spaventa al punto da paralizzarlo: “E ora, quando la incontro, che cosa le dico?”. C’è la sua comitiva e la paura di non essere accettato, il suo sentirsi inadeguato e impaurito nel continuo confronto con la realtà che lo circonda. Poi, la campanella che scandisce la prima ora gli ricorda che c’è anche il mondo degli adulti: la scuola, lo studio, la professoressa che ce l’ha con lui e i suoi genitori con il fiato sul collo.

“Nessuno mi capisce”, frase spesso gridata dagli adolescenti, esprime perfettamente il loro sentire.

Da queste poche righe comprendiamo come ricercare la propria identità in adolescenza sia un’impresa tanto affascinante quanto complessa, che porta con sé sia il desiderio di potersi realizzare, che la paura di non riuscirci. L’adolescente esprime la sua identità in fieri, dunque ancora idealizzata, ma il suo problema è che ancora non sa cosa vuole diventare. Il bambino del passato è ormai un ricordo lontano, ma l’adulto del futuro deve ancora nascere. E’ sicuramente dentro di lui, ma ancora non lo sa. In questo suo periodo di crisi, a complicare la situazione c’è anche la fretta: l’adolescente vuole diventare grande il più presto possibile. Non riuscendo a trovare una dimensione adulta dentro di sé, cercherà di imitarla attraverso comportamenti che non corrispondono ad una reale espressione dei suoi desideri. Penserà che diventare grandi significhi tornare a casa un’ora dopo l’orario prestabilito, essere trasgressivi, fare qualcosa di illecito, non rispondere al cellulare quando chiamano i genitori. Il suo corpo si sta trasformando e sta nascendo in lui il desiderio di una sessualità che all’inizio potrebbe essere solo esibita, più per un confronto con gli amici che per una reale soddisfazione delle proprie esigenze: crescere, diventare adulto, vivere in un rapporto d’amore.

I genitori diventano i nemici da combattere, quelli che si stanno mettendo in mezzo tra lui e il suo desiderio di libertà. Si sentirà compreso solo dai suoi amici più fidati e quando non capirà qualcosa, lo chiederà a internet. Il mondo sarà per lui diviso tra genitori e figli, fichi e sfigati, tifosi della Roma e della Lazio, secchioni e asini. Tutti gruppi in lotta tra loro, diversi, ma uguali in quelle esigenze profonde, insite in ogni essere umano. Proprio la spinta a realizzarle dà all’adolescente la possibilità di trasformarsi attraverso i tanti rapporti affettivi che fanno parte della sua vita. Ma cosa succede quando le sue esigenze vengono disattese?

Adesso che conosciamo il mondo degli adolescenti, dobbiamo capire cosa si nasconde dietro ai loro comportamenti estremizzati e riconoscere, nelle loro difficoltà, il disagio ad esse sotteso. Se non diamo un significato ai loro gesti provocatori, gli adolescenti continueranno a “inventarsi” modi, spesso anche pericolosi, per diventare adulti.

I riti di passaggio hanno sempre scandito, in tutte le culture, la separazione del ragazzo dall’infanzia all’adolescenza e la successiva accoglienza nel mondo dei grandi. Questa separazione è sempre stata mediata da un adulto valido che mostrasse la strada verso la crescita affiancando il ragazzo in ogni sua tappa, aiutandolo a dare un significato a ciò che stava succedendo per poi, lentamente, “lasciargli la mano” e farlo camminare da solo. Oggi però, succede spesso che l’adolescente crei riti di passaggio in assenza dell’adulto, con prove iniziatiche che non corrispondono ad una reale autonomia, ma unicamente a una dimostrazione fisica o peggio a una provocazione che lo faccia sentire grande e forte. Troppo forte, tanto da portarlo sull’orlo di un precipizio dove il suo vedere ancora sfocato e il suo mondo affettivo ancora acerbo, non gli permettono di riconoscere un reale pericolo. Farsi un selfie sull’orlo di un cornicione sarà l’unica possibilità di dimostrare al mondo che è diventato grande.

Come possiamo tendere una mano a questi ragazzi? Forse dovremmo iniziare a ricordarci della nostra adolescenza, che seppur lontana nel tempo è ancora lì, dentro di noi, con le domande di allora, che sono le stesse degli adolescenti di oggi.

Ma cosa significa diventare grandi? Quando possiamo affermare con certezza che siamo diventati  grandi? Quando abbiamo finito la scuola? Quando abbiamo trovato un lavoro? Quando ci sposiamo? No. Diventare grandi non può corrispondere a un fatto materiale, ma a una crescita affettiva, interna.

C’è la protagonista di una storia antica che ci mostra cosa significhi davvero diventare grandi. Psiche è una bellissima principessa adolescente. E la storia potrebbe finire qui. Invece no, Psiche sa che per diventare grande, bellezza e ricchezza non le possono bastare. Si innamora di Amore, ma come ogni adolescente che si rispetti anche lei ha paura, non riesce a fidarsi del suo cuore e si perde. Per superare la sua crisi, diventare donna e riconquistare l’amore perduto dovrà superare quattro durissime prove, “fatiche” le chiama Apuleio. Inciamperà e si rialzerà continuamente, grazie anche al sostegno di Amore che non supererà le prove per lei, ma sarà sempre al suo fianco. Psiche non reagirà con l’astuzia e la strategia, ma ritroverà prova dopo prova tutte le sue possibilità di resistere allo sconforto e grazie anche all’aiuto di rapporti umani affettivi, alla fine, riuscirà a realizzare la sua identità ritrovando se stessa.

Psiche siamo stati tutti noi. E se non riconosciamo quella potenziale Psiche dentro ogni adolescente e non lottiamo con loro, come Amore, per tirarla fuori, abbiamo perso. Non solo abbiamo perso un adolescente, che continuerà a farsi selfie sui cornicioni pensando che quella di Amore e Psiche sia solo una favola, ma abbiamo perso l’adulto che siamo diventati, l’adulto che dovrebbe accompagnare l’adolescente nei suoi riti di passaggio dal “mondo dei ragazzi” al “mondo dei grandi”.

Dott.ssa Alice Tiranti

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