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“Avessi un bambino bianco come la neve, rosso come il sangue e nero come il legno della finestra”

Inizia così la favola di Biancaneve, una delle storie più famose dei fratelli Grimm. Una donna, seduta alla finestra, ha un pensiero. Un desiderio prende forma dentro di lei tramite un insieme di colori che racchiudono un’immagine vaga e definita al tempo stesso: un bambino.
Immagino questa donna di inizio 1800, o probabilmente ancora precedente, e non mi sembra tanto diversa da chi oggi, in macchina nel traffico cittadino, durante la pausa in ufficio o a cena con il proprio compagno/a, sente emergere dentro di sé lo stesso forte pensiero. Il desiderio di essere genitore.

Molti ritengono che condizione necessaria per esserlo sia poter garantire a quel bambino tutto ciò di cui avrà bisogno. “Avrò una casa abbastanza grande, potrò garantirgli una cameretta adeguata, i giochi che desidera?”
“Con me ho una sterlina e 17 scellini, due sterline e sei scellini in ufficio; posso tagliare il caffè che prendo in ufficio, diciamo 10 scellini e fanno due sterline, nove scellini e sei pence […]. La domanda è: possiamo tirare avanti un anno con nove sterline, nove scellini e sette pence?” diceva il signor Darling alla moglie, indeciso se tenere o meno Wendy appena nata nella favola di “Peter Pan”. 

Altri pensano che sia fondamentale garantire al proprio figlio un avvenire importante e glorioso: “Lo manderemo nelle scuole migliori, frequenterà le più rinomate università e finalmente diventerà un avvocato di successo”. Ad una settimana dalla nascita, la mamma di Peter Pan aveva già pianificato tutta la sua vita, dalle prime esperienze fino al lavoro che avrebbe svolto una volta adulto, preoccupazione che ebbe come risultato la repentina fuga dalla finestra del bambino più famoso della letteratura dell’infanzia.

C’è anche chi pone come prima preoccupazione la salvaguardia della sua salute: bambini sui pattini con casco, ginocchiere, gomitiere e con genitori che soffiano aria calda sul gelato per evitare che prendano freddo allo stomaco. Il ricordo di Madre Gothel che rinchiude Raperonzolo nella torre per evitare che il mondo possa farle del male, privandola totalmente della sua libertà, emerge dirompente dall’antico sapere popolare.

“Io sono la mamma, l’ho messo al mondo, so cosa è meglio per mio figlio.”

Eppure c’è altro, c’è di più. C’è un’origine comune, un “prima” comune, che getta le basi di una possibilità diversa, di un diverso futuro.
Secondo lo psichiatra Massimo Fagioli, perché lo sviluppo del bambino sia totale, egli necessita della soddisfazione di due realtà fondamentali: i bisogni e le esigenze.

I bisogni sono le necessità materiali che richiedono una soddisfazione diretta e sono fondamentali per la sopravvivenza del bambino: fame, sete, bisogno di essere coperto, protetto, curato. Le esigenze sono i desideri, le realtà affettive che possono essere soddisfatte nel rapporto interumano, necessarie per lo sviluppo dell’identità: attenzione, presenza, riconoscimento, affetto, calore.

Un bambino affamato, sporco e vestito di stracci suscita in noi dispiacere e indignazione; allo stesso modo un bambino nutrito e pulito ma lasciato costantemente solo e privo di attenzioni dovrebbe suscitare in noi le medesime reazioni.

Bisogni ed esigenze, in realtà, hanno un’origine precedente alla nascita del bambino, poiché presenti già nella situazione intrauterina. All’interno del liquido amniotico, infatti, il feto vive un rapporto biologico ed omeostatico, totalmente corrispondente ai suoi bisogni e alle sue esigenze di crescita. Nei mesi di gestazione, preludio alla nascita, il feto sperimenta così la possibilità di crescere e svilupparsi grazie ad un rapporto umano, biologico, reale e diretto tra cute e liquido amniotico attraverso il quale è possibile, in uno scambio di realtà affettive, realizzarsi nella sua totalità.

Il neonato nasce, dunque, con la capacità di rapportarsi ad altri esseri umani, nasce con l’esigenza di essere soddisfatto e corrisposto nel suo desiderio di crescere e trasformarsi, così come è accaduto nei mesi precedenti la nascita vera e propria.

Il neonato nasce con la capacità ed il desiderio di amare ed essere amato, così come è accaduto nell’ambiente intrauterino.

Il neonato nasce attraverso un distacco, una separazione da quella situazione precedente per crescere e svilupparsi in una situazione nuova e diversa, come individuo, come identità. Ciò che c’era prima non c’è più, non va più bene, va lasciato e ricordato per andare incontro ad una possibilità di rapporto nuova e cresciuta.

Quel neonato sano negli affetti, che da quel momento non è più parte di un altro corpo ma individuo a sé, che ha un nome diverso da coloro che lo hanno messo al mondo, che spera di ricevere risposte e presenza, desidera trovare, in quel percorso meraviglioso che è la vita, persone che lo accoglieranno e che si prenderanno cura di lui con la stessa spinta al cambiamento e alla trasformazione vissuta nei mesi precedenti.

Un neonato che nasce con una fiamma viva e allo stesso tempo fragile, che necessita di adulti che proteggano e alimentino quella fiamma per farla sviluppare forte e salda.

Un neonato e poi un bambino che se non viene soddisfatto in quelle esigenze, se non visto con interesse vero e reale come un individuo con una sua identità, se deluso perché privato della speranza e spinto ad entrare in una formina che non gli appartiene, a corrispondere ad aspettative e disegni di altre menti ed altre mani, viene condannato a rimanere bloccato in un’impossibilità acquisita per il buio fatto da chi, dimentico della propria luce, spegne ed annulla quella dell’altro, mascherando il tutto con le parole “per il tuo bene”. Un’assenza camuffata da presenza che privilegia la risposta materiale a quella affettiva, che mette al primo posto la corrispondenza ad un modello e non l’emergere delle caratteristiche spontanee dell’altro, che pone il presaputo al di sopra dell’ascolto. Un’assenza, una delusione che porta il bambino ad essere l’eterno Peter Pan, impossibilitato a crescere e ricordare, condannato a vivere nella continua ripetizione di una non storia, o l’immutabile Capitan Uncino, marionetta al servizio di un’educazione capovolta che ha il conflitto manierato e signorile come arma privilegiata.

In realtà quel neonato porta con sé, fin dalla nascita, una verità lampante e presente sotto gli occhi di tutti, eppure troppo spesso negata. Necessita che quei genitori chiamati a prendersi cura di lui, adempiano ad un solo ed unico compito: che un giorno quel bambino sia in grado di andar via. Sarà capace di passare dalle braccia della mamma al seggiolone, dal seggiolone alle proprie gambe, dal pannolino al vasino, solo e soltanto se al suo fianco ci saranno adulti che lo accettano ed amano per come è oggi ma allo stesso tempo non lo accetteranno mai immobile e statico, fisso in un immutabile presente. Adulti che lo spingeranno costantemente ad una trasformazione e realizzazione continua, passando da qualcosa che c’è a qualcosa che non c’è più, da qualcosa che non sa fare a qualcosa che è in grado di realizzare sempre meglio e con sempre maggiore soddisfazione. Dal camminare, al leggere, al guidare la prima macchina.

Adulti che hanno mantenuto dentro di loro lo stesso desiderio con cui sono nati, quel desiderio che li ha spinti a rapportarsi con un’altra persona senza paura e difese, che li ha portati a desiderare di crescere insieme un individuo libero, adulto, sessuato.

Immagino quella donna di inizio 1800, o probabilmente ancora precedente, e non mi sembra tanto diversa da chi oggi, guardando negli occhi il proprio compagno o compagna, desidera e sceglie di essere, per tutta la vita, la persona che crederà nelle possibilità creative e trasformative di un altro essere umano. Li immagino fare l’amore, li immagino iniziare la trafila infinita e complessa per l’adozione o per la fecondazione assistita, li immagino lottare insieme contro le paure di fallire e non essere in grado. Li immagino accomunati da un unico forte desiderio, l’unico in grado di non farli perdere, desistere, fallire irrimediabilmente: crescere insieme, soddisfatti delle realtà profonde dell’altro.

Come possiamo dunque pensare che “genitore” si esaurisca nella semplice e riduttiva condizione di aver “messo al mondo” quel bambino?

Genitore è chi gioisce nel vederti leggere la prima parola, non chi decide per te cosa devi o non devi leggere. Genitore non è chi che ti compra la bicicletta, ma chi ti corre dietro tenendoti per il sellino, desiderando che tu vada da solo senza rotelle. Genitore è chi tiene quel bambino tra le braccia e, guardandolo, desidera che un domani sia un adulto in grado di fare bene l’amore, espressione di un desiderio cresciuto e maturo.

Essere genitore non è biologia, non è sangue, non è DNA, non è realtà materiale. È realtà affettiva. Genitore è chi propone il “No” al bambino che ha paura di crescere, è chi si oppone al “non ce la farò mai”, è chi lotta tutti i giorni per mandar via la propria paura e rendere vero, per sé e per i propri figli, il dire, a gran voce, “si può fare!”.
Dott.ssa Raffaella Mastracchio 

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