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I libri che siamo

Il libro, sia in quanto oggetto stampato sia in quanto contenitore di parole e di immagini, accompagna il nostro percorso di vita più di quanto noi possiamo immaginare. È importante riaffermarlo proprio oggi, nella giornata dedicata al libro e in un’epoca in cui si sente dire, con un certo margine di verità, che si legge sempre di meno.

Se pensiamo alla configurazione banalmente materiale del libro stampato, che ancora possediamo oggi malgrado il suo processo di digitalizzazione, possiamo dire che si trasforma insieme a noi esseri umani e alla nostra crescita: dai libri per i bimbi, colmi di piccoli animaletti, di lettere e di numeri, di immagini e di finestre da aprire e da scoprire, passiamo ai libri di fiabe e di miti, con figure grandi ed evocative di mondi “altri”, fino ad arrivare ai primi racconti brevi e facilitati. Fanno poi il loro ingresso i libri per la scuola, i vecchi “sussidiari”, seguono i primi romanzi adolescenziali con i personaggi che idolatriamo, vicini al nostro vissuto e, dall’altra parte, i romanzi fantastici, in grado di evocare mondi paralleli, forse solo apparentemente lontani da noi. Riposti nello zaino, tenuti tra le braccia, nascosti sotto il letto, appoggiati sul comò o sul sedile di un vagone del treno, i libri diventano sempre di più i nostri compagni di viaggio. 

Ci sono i libri che vogliamo leggere e non riusciamo a trovare mai il tempo per farlo, quelli che abbiamo letto più volte o quelli sui quali ritorniamo perché sappiamo già che ci daranno delle risposte. Possono farlo oggi perché già una o più volte, in passato, quelle righe ci hanno aiutato  in determinate fasi della nostra vita. 

Come fanno ad aiutarci? Che collegamento esiste tra la lettura e il nostro vissuto?

Spesso mi capita, come credo a molti di voi, di tornare nella casa dei miei genitori e di rivedere la libreria della cameretta dove dormivo da bambino.

Lì mi diverto a spulciare tra i miei vecchi testi, a curiosare, ad annusare e a sorridere nel vedere i libri di scuola, i libri regalati dagli zii e dagli amichetti, i libri fotografici e i vecchi atlanti. È una sorta di piccolo archivio dei ricordi, un archivio che la carta stampata, a differenza del formato digitale, può tenere vivo. Ogni libro, ogni pagina, ogni copertina sono legati a un ricordo della nostra vita ed è proprio questo che li rende vivi, pieni, oggetto di curiosità perché ci riportano ad un “noi” che ha instaurato un rapporto con un libro, con una storia, con i suoi personaggi. Associamo la lettura ad una sensazione di gioia, ad una fase di sofferenza, ad un passaggio importante, ad una persona amata. Scorrono le immagini di quella fase della vita in cui abbiamo cercato di capire la sofferenza di Madame Bovary, abbiamo seguito le vicende di Jack Frusciante, i lati oscuri della Berlino di Christiane F. – per fare qualche esempio.

Se guardiamo indietro alla nostra, personalissima “storia del libro” scopriremo che quelle figure che caratterizzavano i libri per l’infanzia non sono scomparse, dunque, ma si sono trasformate progressivamente in parole e, nello specifico, nelle nostre parole. Sono parole piene e cariche della nostra storia perché racchiudono non tanto quelle “figure” quanto piuttosto le immagini dei ricordi, spesso vaghe e poco definite, di un noi bambino o ragazzo che legge quelle righe e che si ritrova in quelle storie. 

Le parole dei libri che rileggiamo da grandi ci sembrano così significative, dunque, perché parlano della nostra crescita, della nostra capacità di recuperare, anche sfogliando un libro, le nostre immagini, la nostra capacità, precipuamente umana, di creare mondi materialmente inesistenti ma esistenti dentro di noi.

Giuliano Lozzi

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