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Imparare le lingue degli altri. Imparare ad amare

La lingua è la memoria dell’umanità. Più lingue si imparano, più si prende parte alla memoria umana, che consiste di parole

 

Hilde Domin, Lettera aperta a Nelly Sachs

“È utile imparare le lingue per viaggiare”; “le lingue aprono la mente e danno sbocchi lavorativi”; “io non sono proprio portato per le lingue, sono negato”

Quante volte parliamo di lingue straniere e quante volte lo facciamo con un senso di timidezza e di inadeguatezza, rifugiandoci in luoghi comuni e frasi fatte.

La “lingua” e lo “straniero” sono concetti che ci riguardano molto da vicino poiché toccano corde personali molto profonde e appartenenti alla nostra storia. Vediamo in che misura.

Di linguistica, di multilinguismo, di filosofia del linguaggio, di storia della lingua hanno scritto e si scrive ancora tanto, da sempre e a ragione. Fare ricerca sulle nostre parole è importante perché nascono e crescono insieme all’essere umano e perché l’espressione verbale e non-verbale è ciò che, sin da bambini, ci definisce più attentamente: i primi vocaboli acquisiti, la definizione del timbro, lo sviluppo graduale di frasi e periodi, la modulazione dell’intonazione, sono ciò che plasma la nostra identità.

Il linguaggio, la gestualità, la postura sono il nostro modo di presentarci al mondo e il nostro modo di rapportarci con chi ci legge, con chi ci ascolta, con chi ci vuole bene. Quando parliamo una lingua straniera, poi, l’interlocutore a cui ci rivolgiamo è, appunto, uno “straniero”, un essere umano diverso con il quale possiamo entrare in contatto solamente ricorrendo a una realtà d’espressione nuova, estranea. Non possiamo pensare però che questa espressione sia solamente un ‘codice’, un insieme di segni, di suoni e di grafia: quando intraprendiamo il nostro viaggio in una lingua straniera traghettiamo la nostra personalissima storia di crescita in un’altra lingua che possiamo immaginare come una costellazione di nuove parole e di nuove forme di pensiero. Le parole straniere che impariamo (e quelle che non memorizziamo), la pronuncia che sbagliamo (e quella che impariamo sorprendentemente in fretta), la costruzione sintattica che ci sfugge ci dicono molto di quel processo di passaggio dalla nostra lingua ad un’altra: sono il segnale di come la nostra lingua madre si stia piano piano traducendo nella lingua straniera, intendendo con “tradurre” proprio il senso latino di “tras-ducere” di “tras-portare”.

Inoltre apprendere una lingua straniera, e studiarla, tentare di parlarla, porta con sé due aspetti fondamentali: da una parte, imparare una lingua straniera da adulti ci aiuta a rivisitare e ripercorrere la crescita che abbiamo intrapreso da bambini, con gli errori e i diversi tentativi di miglioramento; dall’altra, significa dare voce al desiderio di arrivare all’altro, di farsi comprendere, di dare prova della propria tensione al rapporto con il diverso da noi.

Accogliere, da madrelingua, chi parla la nostra lingua senza sancire ogni errore significa abbracciare chi tende verso di noi, chi vuole raggiungerci e con noi mettersi in contatto. Viene in mente l’immagine di un bimbo che, imparando a camminare, corre un po’ dubbioso ma pieno di speranza tra le nostre braccia.

Certo, apprendere una lingua straniera è anche altro: è sacrificio, metodo, studio ma noi pensiamo sia soprattutto un atto d’amore. È un atto d’amore che dà voce alla nostra storia, al nostro desiderio di aprirci all’altro, al diverso e all’estraneo come un bambino: con la speranza e il desiderio di incontrare un altro essere umano.

Giuliano Lozzi

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