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Joker – Il naufragio della speranza è più angosciante della follia che la sommerge

“Quella sera il vento era uscito di testa”

José Saramago, “Diario dell’anno del Nobel”
Resistere all’esondazione continua e all’apparenza inevitabile di commenti ordinatamente formali e computerizzati è possibile, quando si ritrovi il coraggio di dar voce ad espressioni non ordinate e neanche formali, in grado di adagiarsi senza schema e senza binario sulla tela del nostro racconto del mondo.
L’essere umano drogato e imbolsito dalla passività del pensiero tecnico, vive e pensa in termini fisici e meccanici: “quella sera il vento era a 100 km orari”.
L’essere umano vivo, che si oppone al cappio della mera elaborazione di numeri e dati, può scrivere altro: “quella sera il vento era uscito di testa”.
Allo stesso modo, abbracciare un compagno, accarezzare una donna, brindare al tramonto: quello che la formalità ineccepibile codifica come braccia che si intrecciano, erezione, due bicchieri di vino, può diventare dentro di noi umanità, libertà, amore.

 

Andare al cinema, può non limitarsi a significare che lo schermo è acceso. Può essere storia.
L’essere umano vivente, che si cimenta nel gioco e nelle complessità del rapporto con l’uomo, disegna figure bizzarre e non omologabili. La descrizione di tali figure, è il suo, mio, tentativo di proporre un’esistenza che sia anche resistenza: sempre ricercare ed esigere, per me e per noi, calore umano, libertà, amore e storia.

 

Il mio pensiero sul film Joker, nasce anche da questa resistenza.

 

Joker – Il naufragio della speranza è più angosciante della follia che la sommerge

 

Bellissimo e terribile. Un film poetico e drammatico, che sussurra la verità senza mai pronunciarla, celandola dietro il frastuono del suo opposto, e che ci chiama a partecipare senza mezze misure alla battaglia per non perdere il reale senso della vita, affinché cioè sia ancora possibile per noi continuare a distinguere il vero dal falso, il pianto dal riso, l’amore dall’odio, il sano dal folle.

 

In una maratona di quasi due ore, il film appoggia sulle nostri mani la torcia leggera della speranza: che si possa essere amati, che si possa amare.
La fiammella è sempre presente, dicono le immagini oltre lo schermo, nonostante il passato risuoni, nei crudi fatti, crudele. E nonostante il velo della miseria, della cupezza e della povertà sembri avvolgere, inesorabile sudario, anche il presente.
Non c’è essere umano che non desideri stare bene davvero. Non c’è essere umano che non possa esserlo davvero. Regista e attore, all’unisono, ci spogliano dell’ipocrisia con la naturalezza dell’artigiano virtuoso che con pochi tocchi rimuove sapientemente lo stucco dalla parete, e ci lasciano nudi in mezzo alla sala, senza censure, senza compromessi. Ad assistere alla rappresentazione della verità dell’uomo, che così recita: anche colui che appare goffamente comico, depresso e con problemi psichiatrici, l’uomo che in realtà è stato abusato, negato, ingannato, anche lui, pensate un po’, sa che la speranza esiste. La parete, rimossi gli orpelli, torna bianca: la torcia fa luce anche lì dove sembrava non poterci essere altro che buio.
Si può vivere come esseri umani, tra esseri umani.

 

A quel punto la musica ci invita, il calore del fuoco ci protegge: danziamo insieme a chi si muove sulla scena, lo prendiamo per mano, cerchiamo di allontanarlo dal ciglio dell’abisso. Ma il nostro ballerino, compagno provocatorio, ci stringe forte e non molla la presa, finchè anche noi non ci sporgiamo bene per guardare al di là del parapetto della rassicurante poltroncina del cinema, per realizzare insieme a lui che il male non è peccato originale, non è furia divina.
La speranza non si dissolve per magia: è l’essere umano stesso a farsi assassino, spegnendo la torcia della speranza a mani nude una volta che il piccone della delusione e dell’assenza sia penetrato troppo a fondo per poter riemergere.
È una frazione di secondo, ma capiamo entrambi di essere al punto di non ritorno. Tendiamo le mani per tornare a ballare insieme, ma non afferriamo niente. L’uomo che vedevamo deluso ma umano, smette di esserlo. Lo cerchiamo accanto a noi, sentiamo che ci stiamo illudendo, ma per un attimo ci manca il coraggio di guardare giù. Quando lo facciamo, non vedendo nessuno osiamo sperare ancora.

 

Poi sentiamo.
Dal fondo sgorga una risata maldestra, sappiamo che è un pianto che non avrà fine.
Realizziamo: si può annegare anche per assenza di acqua.
Il film finisce li, anche se continuerà sullo schermo per altri 20 o 30 minuti. L’uomo della speranza e del desiderio, senza speranza e senza desiderio, è qualcosa che sentiamo estraneo e ormai irraggiungibile, perduto. La torcia senza fiamma torna legno. Il buio, rimane buio.

 

Quello che rimane, è solo il cadavere appariscente e tirato a lucido di ciò che prima era vivo. Danzare sul ciglio dell’abisso è lotta, danzare dentro l’abisso è semplicemente morire: vivere come esseri non umani, tra esseri non umani.

Sospiriamo osservando i titoli di coda, ce ne usciamo dalla sala in silenzio. Poi ci guardiamo le mani. Nel pugno, stringiamo una torcia. È accesa.

 

Mimmo Nesi

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