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Quando la didattica vince la distanza

“Prof, le è arrivata la mia mail con i compiti? Prof, ma le verifiche le faremo in videochiamata? Prof, secondo lei torneremo a scuola prima dell’estate? Prof, ma il link che ha messo sul registro non si apre! Prof, la sento a scatti…”

Anche oggi, nonostante tutto, i nostri studenti sono lì, a chiedere certezze a noi insegnanti che, però, in questo momento di certezze proprio non ne abbiamo. La scuola come l’abbiamo sempre vissuta e conosciuta ha chiuso i battenti. Da un giorno all’altro niente più suono della campanella, nessuno studente che si precipita per le scale per andare giocare a pallone, niente fotocopiatrici rotte, colleghi che brontolano, niente mani alzate o sguardi bassi, non c’è nemmeno più la signora della portineria che ti rincorre per riavere le chiavi della LIM, che come sempre ti sei dimenticato di riconsegnare. Niente di niente.

Tutti questi “niente” però non sono facili da metabolizzare: la realtà quotidiana, quella di cui spesso ci siamo lamentati, adesso sì che ci manca, adesso che siamo soli, davanti al nostro computer, sommersi dalle email di studenti e genitori, dai tutorial per le piattaforme digitali, a combattere tutti i giorni con il Wifi che non funziona, la rete dei ragazzi che va a tratti, il registro che si impalla.

È vero, la didattica a distanza, in questo momento di lontananza forzata, può essere un’ottima soluzione per continuare a lavorare, ma allo stesso tempo per molti di noi si sta rivelando un incubo. Le chat con i colleghi sono diventate un luogo dove sfogare la nostra frustrazione: “Mi arrivano mail a tutte le ore, non ce la faccio più!” “La video-lezione? Ma mi sembra di parlare da solo! No, non fa per me!” “Come faccio a sapere che stiano seguendo la videochiamata? Non possiamo assegnare i compiti e basta?” “Mi fanno male gli occhi!”. Tutti i problemi che spesso avevamo già a scuola appaiono ingigantiti. Il ragazzo distratto, la studentessa DSA, l’altro studente sempre assente, sono difficili da gestire a distanza. Se già in classe era complicato catturare l’attenzione dell’aula, senza lasciare indietro nessuno, ora ci appare un’impresa impossibile, perché non possiamo nemmeno essere fisicamente lì con loro a verificare che tutto vada bene. Allora iniziamo a dubitare che i ragazzi siano davvero dall’altra parte dello schermo, che recepiscano quello che stiamo comunicando loro, abbiamo paura che chiudano la webcam e smettano di ascoltarci, temiamo che si facciano i fatti propri e che smettano di studiare. Insomma, ora che non possiamo più vederci in carne ed ossa, sentiamo gli studenti lontani e ci sembra di non avere più niente sotto controllo, di non riuscire più ad essere gli insegnanti che eravamo fino a qualche settimana fa.

Dall’altra parte anche i nostri studenti, chiusi in casa come noi, faticano ad affrontare tutte queste novità. La tecnologia che conoscono loro ha poco a che fare con la scuola, d’altronde gli abbiamo sempre detto di mettere via i cellulari in classe, di lasciarli perdere mentre studiavano. Certo, gli studenti più diligenti continuano ad impegnarsi, ma anche i più bravi sono sotto stress: alcuni piangono davanti al computer quando non riescono a mandare i compiti o a collegarsi alla videochiamata. Sentono il professore lontano, gli mandano una montagna di email per essere sicuri che abbia visto i loro elaborati perché hanno sempre paura che non l’abbia ricevuta, come se la mail si potesse perdere nella distanza. E gli studenti meno bravi, quelli che già in classe facevano fatica a seguirci? Alcuni provano a stare al passo, fanno quello che possono, si impegnano, ma spesso sentono che senza la presenza del professore non sono più in grado di affrontare i compiti, faticano a capire le spiegazioni, si perdono nei meandri delle lezioni registrate, dimenticandosi che il prof in realtà è sempre lì, a loro disposizione anche più di prima. Infine ci sono quelli che spariscono senza dare notizie e sono quelli che ci preoccupano di più, che cerchiamo di riacchiappare ogni giorno, chiedendo informazioni ai compagni; in effetti loro che avevano delle difficoltà anche “in presenza”, come potranno vivere la nostra e prolungata assenza, se non assentandosi a loro volta?

Sicuramente anche i nostri studenti sono appesantiti dalla chiusura della scuola, e ce lo dicono spesso. Rimpiangono come noi la vita di tutti i giorni: gli amici, i fidanzati, le campanelle, la stessa signora della portineria che non li fa entrare quando arrivano in ritardo, la responsabile del piano a cui raccontano i loro segreti, ma in fondo anche quei professori ai quali potevano rivolgersi in ogni momento di difficoltà.

Dunque di cosa sentono così tanto la mancanza i nostri ragazzi e che cos’è che realmente manca anche a noi professori? Penso che in fondo sia una sola la risposta: ci mancano davvero le persone che ogni giorno incontravamo a scuola. Ci manca la quotidianità perché era in quella quotidianità che potevamo condividere, sperimentare, crescere insieme agli altri, con gli studenti, con i colleghi e con tutte le persone che di fatto sono la nostra scuola. Ci mancano i nostri rapporti perché sono la nostra linfa vitale, ci manca soprattutto la nostra relazione con gli studenti, perché questa è il canale fondamentale attraverso cui possiamo trasmettere il nostro sapere e grazie al quale ci è possibile insegnare. E allo stesso modo ai nostri ragazzi manchiamo noi, perché era attraverso il rapporto con noi che potevano sbagliare, essere ripresi, ripetere, imparare, sentendosi al sicuro.

Ma, fermi tutti. Queste persone le abbiamo davvero perse? Possibile che, con la chiusura della scuola, tutto quello che abbiamo scambiato e realizzato nei mesi, negli anni scorsi, puff… sia svanito?

Beh, come dicevamo all’inizio, anche per noi professori non è facile metabolizzare questa “assenza”. Chiusi dentro casa, a volte sentiamo quei rapporti effettivamente lontani o comunque ci sforziamo di mantenerli vivi attraverso uno schermo. Spesso ci scoraggiamo e molliamo la presa: lontani dai nostri studenti, pensiamo di averli persi e alla fine ci perdiamo anche noi, dimenticandoci tutt’a un tratto di essere in realtà degli insegnanti in gamba, che hanno già affrontato tante altre difficoltà riuscendo ogni volta a venirne fuori. È come se la chiusura della scuola e la distanza creatasi avessero aperto un vuoto fuori e dentro di noi. Un vuoto che a volte ci lascia impotenti, bloccati, altre volte invece ci porta alla reazione contraria: alla affannosa rincorsa del “fare” a tutti i costi. Ecco che allora ci affanniamo a fare duemila cose: video-lezioni, questionari online, quiz interattivi; riempiamo i ragazzi di link da cliccare, video da vedere, pagine da studiare. Non riusciamo a staccare la spina e rimaniamo connessi 24 ore su 24. Certo, ci lamentiamo che è troppo, che così non si può andare avanti, ma allo stesso tempo non vogliamo fermarci perché il nostro scopo è che tutto sembri normale, che il programma sia portato avanti come sempre, che i ragazzi studino e non perdano le nostre lezioni. Nell’ansia di riempire questo vuoto, ci scordiamo così di come possono essere le cose dall’altra parte, ci scordiamo che forse anche i ragazzi sono in difficoltà, perché, pur volendo, le cose in questo momento non sono e non possono essere “normali”. Ecco allora che, anche “dandoci da fare”, abbiamo in realtà perso il rapporto e siamo diventati esageratamente fiscali, rigidi, sospettosi, ci siamo rifugiati dietro al ruolo, dietro allo schermo. Nel tentativo di sentirci meno distanti, siamo diventati ancora più distanti. Queste giornate ci sfiancano, la sera siamo distrutti, gli occhi gonfi e la testa che esplode perché quel vuoto che abbiamo cercato di riempire non accenna a volersene andare.

Eppure non è sempre così. Ci sono giornate in cui ci sentiamo stranamente bene, anche se la connessione non ha funzionato, in cui siamo riusciti a leggere e a rispondere a tutte le email dei nostri studenti, a correggere i compiti di tutti, in cui, certo, siamo stanchi, ma in maniera diversa. Ci sono quei momenti in cui ci scopriamo in grado di trovare nuove soluzioni, di comunicare i contenuti delle nostre materie attraverso video, slide, giochi online… E tutto questo funziona! A volte, quella tecnologia che fino a ieri avremmo tirato dalla finestra, la riscopriamo divertente, piena di possibilità, strumento a disposizione della nostra creatività. In queste occasioni è come se ritrovassimo le nostre capacità di insegnanti in gamba, in grado di adattarsi a tutte le situazioni, e allora ci concediamo di sbagliare perché in fondo è tutto nuovo anche per noi e non siamo perfetti, riconosciamo che in fondo stiamo ancora imparando, un po’ come i nostri studenti, e possiamo anche mollare la presa per un po’, senza sentirci in difetto. Ci sono quelle giornate più piene e meno vuote.

Siamo sempre noi, la situazione non è cambiata, eppure di giorno in giorno siamo diversi. Non è facile spiegare perché. Sappiamo che però, quando pensiamo ai nostri studenti e li ricordiamo uno ad uno, registriamo delle lezioni completamente diverse, in cui sembra che siano davvero lì davanti a noi e no, non ci sembra di parlare da soli. Quando, durante l’ora di geografia in chat, senza webcam, ci ricordiamo la passione per le macchine di uno studente latitante, lo invitiamo ad indicarci le aziende automobilistiche tedesche e lui finalmente partecipa, allora ci sentiamo bene e in quel momento dimentichiamo tutti gli impedimenti tecnici. E così quando sentiamo i colleghi vicini, possiamo condividere con loro non solo tutte le difficoltà, ma anche soluzioni nuove da trovare e sperimentare insieme. Facciamo squadra e tutto sembra meno difficile.

Allora è questo che fa la differenza: il rapporto e il ricordo di quel rapporto nonostante la distanza, nonostante l’assenza. La chiave per una didattica a distanza che funzioni sono in realtà i nostri rapporti, mantenuti vivi dentro di noi, anche se fisicamente lontani. Quando ricordiamo tutto ciò che abbiamo scambiato durante l’anno con i nostri studenti, infatti, viviamo la loro presenza, la nostra presenza, e così siamo in grado di insegnare anche se siamo distanti, siamo in grado di trasmettere il nostro sapere e il nostro interesse nonostante lo schermo, di rimanere connessi malgrado la linea che continua a saltare. Se portiamo con noi tutta la crescita che, noi in primis, abbiamo realizzato in classe e le nostre capacità che a volte tendiamo a dimenticare, allora i ragazzi potranno sentire davvero la nostra presenza, sentiranno che al di là del monitor ci siamo noi, che siamo gli stessi di sempre, e allora saranno più sereni. La continuità, la partecipazione, il senso di serenità che tanto vogliamo trasmettere ai nostri studenti, non sono i compiti e le lezioni via webcam a darle, ma il contenuto affettivo che veicoliamo attraverso quelle lezioni, attraverso la correzione dei compiti che assegniamo. Non è la quantità di cose che facciamo a ridurre la distanza, a riempire il vuoto, ma la presenza, l’affetto, l’interesse che mettiamo in tutte quelle cose.

E fidatevi che i ragazzi, quando noi siamo davvero presenti, lo sentono. Ringraziano, sono più attenti, sentono che è un momento in cui sono chiamati a crescere a imparare tante cose nuove e che noi siamo lì per loro. Certo, non sempre ci sembra che tutto lo sforzo sia valso la pena, tante sono le lezioni frustranti, in cui dall’altra parte non c’è la risposta che ci aspettavamo. Inoltre ci sono quegli studenti che continuano a rimanere distanti, a non partecipare, ad approfittarsene. Ma tutto questo c’è sempre stato anche in classe. Non avevamo e non abbiamo la bacchetta magica per controllare i nostri ragazzi e le loro reazioni, possiamo solo fare del nostro meglio per trasmettere anche da lontano il nostro interesse e il nostro sapere che, ne siamo certi, può viaggiare anche a chilometri di distanza.

Questo momento difficile può diventare allora un’occasione di crescita, per gli studenti, per noi, per tutti. Un momento in cui imparare che alla distanza fisica non corrisponde necessariamente una distanza affettiva e che allo stesso modo la presenza davvero importante non è solo quella concreta e materiale. Possiamo imparare qualcosa di cui fare tesoro e ricordare anche quando torneremo in classe.

Invitiamo allora tutti i nostri colleghi a non perdere la possibilità di una didattica a distanza diversa, piena, paradossalmente “vicina”, pur tra tutte le difficoltà che sappiamo esserci e che non possiamo ignorare, ma che non per questo ci devono fermare. Abbiamo letto tanti commenti su Facebook di docenti stupiti che scrivevano: “come è possibile pensare alla didattica a distanza in questo momento così terribile?” Forse possiamo rispondere loro che pensiamo alla didattica a distanza perché le nostre lezioni sono la dimostrazione che noi siamo ancora qui, nonostante tutto. Pensiamo alla didattica a distanza perché per noi e per i nostri studenti questa didattica è rapporto, crescita, vita: quale medicina migliore per affrontare insieme questo momento?

Agnese Fanciulli, Stefania Russo, Claudia Scopel, Stefania Santella, Erica Bucciarelli, Giuliano Lozzi, Natasha Santicchia

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