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LA VOCE DEGLI STUDENTI

Oggi si celebra una ricorrenza poco conosciuta: la Giornata Internazionale degli studenti, istituita nel 1941 per commemorare la lotta antinazista degli studenti cecoslovacchi e per celebrare le rivendicazioni del mondo studentesco in nome della libertà d’espressione e del diritto allo studio. Una ricorrenza su cui riflettere, in questo periodo così turbolento per la scuola, in cui la voce e il sentire degli studenti sembrano passare spesso in secondo piano.

Di certo non è cosa facile essere uno studente oggi – non che lo sia anche in tempi normali, sia chiaro: la scuola è il luogo dove ragazzi e ragazze sono chiamati quotidianamente a scontrarsi con le proprie difficoltà, a doversi rapportare con gli altri, a superare frustrazioni, raggiungendo ogni giorno nuovi traguardi. In altre parole la scuola è il luogo dove gli studenti sono chiamati a crescere, e non c’è cosa più difficile e allo stesso tempo più bella da realizzare. Ma questo gli studenti in fondo lo sanno. Proprio le recenti e continue chiusure della scuola, infatti, li stanno in qualche modo rendendo più consapevoli dell’importanza che la scuola ha per loro. Non credevano di poterlo mai dire, ma molti lo stanno confessando: la scuola gli manca e ci vogliono tornare, c’è persino chi la reclama a gran voce! In realtà, anche quando è nascosto dietro pigrizia, svogliatezza, apparente menefreghismo, il desiderio di imparare e dunque crescere appartiene a tutti gli studenti, siamo noi adulti a doverlo proteggere e a tirarlo fuori quanto più possibile. I più svogliati, quelli che sostengono di preferire il divano al banco, quelli che fanno il tifo per la DAD – così che possono farsi i fatti loro – in realtà lo dicono perché hanno paura di crescere, perché pensano di potercela fare meglio dietro ad uno schermo, si sentono forse semplicemente più al sicuro. Ma in realtà sono quelli che soffrono di più la distanza.

Non possiamo dunque non considerare la grandissima fatica che vivono oggi i nostri studenti. Lo abbiamo detto, crescere è di per sé difficile, ma oggi è tutto sicuramente più complesso. I rapporti che i ragazzi vivono e coltivano a scuola, con i compagni e i professori, grazie a cui sentono di potercela fare, ora sono lontani, intermittenti, non rispondono più come prima. Il ritorno alla didattica a distanza, dopo le speranze di settembre, sembra mettere la retromarcia al loro desiderio di una scuola “normale” fatta di rapporti in carne ed ossa, e li catapulta all’indietro. Se questa sensazione la sentiamo forte anche noi adulti, come possono viverla i nostri ragazzi? Il mondo, in qualche maniera, sta dicendo loro che non possono andare avanti, che sono in pausa, come quando mettono in stand-by i loro videogiochi. Non dev’essere facile lottare contro questa sensazione e cercare di non mollare, di diventare grandi nonostante tutto.

E che dire degli studenti più piccoli, che per fortuna sono ancora in classe? Anche loro vivono tante difficoltà, seppur in “presenza”: le mascherine, la distanza da mantenere, gli oggetti che è proibito prestare. Anche in questo caso i rapporti che prima erano più immediati, con i docenti, con i compagni di classe e delle altre classi, sono diventati più difficili da vivere. In un’età in cui la fisicità è ancora così importante, è difficile capire come poter esprimere gli affetti senza un abbraccio, senza poter stare vicini. È difficile affrontare la scuola senza il proprio compagno di banco. Poi ci si mettono anche le tante preoccupazioni degli adulti, che appesantiscono gli zaini ancora più dei libri. Quindi è vero, questi studenti sono ancora in “presenza”, ma a quante “assenze” devono far fronte ogni giorno! Eppure eccoli lì, pieni di vita, di curiosità, di speranza. Speranza di essere presi per mano ed accompagnati in questo momento così confuso.

Così come i loro compagni più grandi, che in fondo sperano solo che qualcuno si prenda cura di loro anche da lontano; che qualcuno gli ricordi che i post it appiccicati allo schermo in realtà non servono, perché anche a distanza loro sono in grado di imparare la lezione; che non stanno tornano indietro, ma che possono andare avanti insieme a noi.

Ecco dunque il nostro compito: ascoltare la voce degli studenti, anche quando è silenziosa. Cercare di capire le loro difficoltà, aiutarli a superarle, saperli rimproverare anche a distanza, colmare ogni giorno quella distanza con la nostra presenza. Fargli sentire che, nonostante tutto, siamo lì con loro e che possono premere di nuovo “play”.

Il desiderio di ogni studente infatti – che sia uno studente del 1941 o uno del 2020 – è sempre e solo uno: quello di diventare grande, attraverso l’aiuto di qualcuno che possa accompagnarlo in questa difficile impresa, che possa aiutarlo a tirare fuori la sua voce, la sua identità. Noi adulti, noi insegnanti, abbiamo questo meraviglioso compito da adempiere, ed è importante sapere che possiamo realizzarlo in classe, attraverso uno schermo o persino sulle scale di una strada di periferia.

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