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L’asse intestino-cervello

Quante volte ci troviamo davanti a pazienti che seguono la dieta diligentemente senza però avere risultati?

Guidare questo tipo di pazienti verso la riuscita del percorso alimentare può risultare difficile perché, in qualche modo, ci mettono alla prova, quasi vedessero in noi dei professionisti che, per l’ennesima volta, li deluderanno e non saranno in grado di aiutarli. 

Perché questi pazienti non riescono a perdere peso? Come possiamo aiutarli? 

Considerare gli aspetti psicologici ed emotivi legati all’alimentazione è sicuramente fondamentale.

Da tempo, diversi studi scientifici hanno accertato l’esistenza e studiato la rilevanza dell’asse intestino-cervello, un asse bidirezionale che collega le funzioni cerebrali a tutto il tratto gastro-intestinale. La presenza di questo asse implica che un’alterazione del tratto digerente ha delle ripercussioni sulle funzioni cerebrali e che, viceversa, lo stato psicologico in cui ci troviamo influisce sulla motilità intestinale, sulla digestione e sull’assorbimento dei nutrienti. 

asse intestino-cervello

asse intestino-cervello

Lo stato emotivo in cui siamo quando mangiamo, infatti, ha un effetto diretto non solo sul modo in cui il cibo viene digerito e assimilato, ma anche su come questo viene metabolizzato. La presenza o meno di uno stato di stress durante il pasto – che sia questo determinato da un pensiero, dalla presenza di un collega o un parente, o dalla sfiducia che si ha verso il percorso alimentare – può provocare un aumento o un abbassamento della produzione di cortisolo. Questo ormone surrenalico viene prodotto a seguito di uno stato di “pericolo” o stress e ha il compito di darci energie immediate per scappare da un pericolo o rispondere ad un’offesa – per fare qualche esempio. Tuttavia, in mancanza di un pericolo reale, l’effetto sarà altro. Infatti il cortisolo è in grado di alzare la curva glicemica in risposta al pasto e, di conseguenza, di alzare i livelli di insulina, causa della deposizione di tessuto adiposo soprattutto a livello addominale. 

Tutte queste informazioni possono servirci ad accompagnare i nostri pazienti, spaventati e sfiduciati, nella giusta direzione. Per aiutare il paziente nella riuscita del percorso alimentare, infatti,  dobbiamo sempre considerare il suo stato emotivo che, se percepito, sarà per noi una bussola e, se verbalizzato, sarà per i nostri pazienti la possibilità di dare voce a ciò che intuiscono a livello corporeo, ma che mentalmente non comprendono. 

Stare in rapporto con i pazienti ci mette nelle condizioni di sapere come vivono il percorso alimentare, di capire quale direzione prendere e, dunque, di rispondere alla fatidica domanda: “perché la dieta non funziona?”.

Dafne Di Gennaro, biologa nutrizionista 

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