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Peter Handke oltre il Nobel: la parola ritrovata negli occhi di una bambina

“Pur non avendo mai avuto una precisa opinione su ‘i bambini’, egli credeva in questa bambina. Era persuaso che essa incarnasse una grande legge, che lui aveva dimenticato o forse mai posseduto”

Peter Handke (Griffen, Austria, 1942) è stato recentemente insignito del premio Nobel per la letteratura. Romanziere, drammaturgo, regista, saggista, poeta, Handke nasce in Carinzia, una regione nel sud dell’Austria, da madre slovena e padre austriaco. La Carinzia, che fu definita dalla celebre poetessa sua corregionale Ingeborg Bachmann “una terra di confine”, e i doppi natali dell’autore rivestono un ruolo fondamentale nella concezione che Handke ha del linguaggio in generale e della lingua tedesca in particolare. Il tedesco degli austriaci è vissuto in primo luogo come “lingue tra le altre”, erede della storica dimensione plurilinguistica peculiare dell’Impero austro-ungarico (dove si parlava tedesco, ungherese e italiano), e, in secondo luogo, come lingua espressione dell’orrore nazista dal quale l’intero mondo tedesco ha provato a liberarsi.

Il linguaggio è stato dunque al centro di profonde riflessioni per molti autori austriaci del Novecento come, oltre alla citata Bachmann, Robert Musil, Elias Canetti, Thomas Bernhard. Per Handke il rapporto con il linguaggio e con la lingua tedesca passa, come vedremo, non solo per la storia ma anche per il mondo degli affetti. La parola, per questo scrittore, non è solo qualcosa di coltivato attraverso lo studio e la pratica dell’arte letteraria: la parola è un’immagine, un’epifania che affonda le proprie radici nella parte più intima e profonda dell’essere umano. Nasce da un vissuto che non è semplice biografia – un insieme di fatti elencabili razionalmente – ma uno stare in rapporto con gli altri, e con il mondo circostante, che coinvolge il proprio sentire interno, lo mette in discussione, spinge in continuazione verso la ricerca del senso delle cose. Trattandosi di un senso spesso nascosto sotto le pieghe dell’apparenza, non può essere trovato attraverso una spiegazione o una sistematizzazione logica della realtà ma può essere espresso invece attraverso il linguaggio, inteso come capacità umana di riconoscere ciò che si prova e di farlo emergere con la speranza di poter comprendere e trasformare la propria vita e i rapporti che la compongono. Ecco perché il premio di cui Handke è stato insignito in qualità di scrittore rappresenta un’occasione non solo per ricordare la qualità letteraria della sua opera, ma soprattutto per mettere in luce una sua ricerca più profonda. Una ricerca interna, ancor prima che artistica, che lega la scrittura al ricordo, a delle immagini capaci di permanere nella memoria testimoniando la possibilità di vivere non tanto di “cose” e “azioni”, ma di sensazioni profonde, di tutto il calore, i colori, la pienezza e, molto spesso, la complessità degli affetti esperiti in rapporto con l’altro.

Della consistente produzione critica, teatrale e letteraria di Handke, considerata spesso “fuori dal coro” e per i cui studi rimandiamo ad altre sedi, scegliamo un’opera del 1981 poco conosciuta. Si tratta di Kindergeschichte, tradotta in italiano con il titolo Storia con bambina (Garzanti, 1982). Partiamo proprio dalla traduzione del titolo: notiamo per prima cosa che non è fedele all’originale – una traduzione letterale sarebbe Storia di bambini– e che, in secondo luogo, rivela solo una parte del contenuto di questa opera che è sia la storia del rapporto di un padre alle prese con la crescita di sua figlia, sia “la” storia universale dei bambini, ossia del rapporto tra i genitori, nel caso specifico dei padri, con la nascita e con la crescita.

Kindergeschichtesi apre con la nascita di una bambina. Una nascita che porta con sé uno sconquassamento: scatena un conflitto interiore nel protagonista, suggella la fine del rapporto tra il protagonista in crisi e la sua compagna distante e ormai estranea, evidenzia la superficialità di alcuni vecchi rapporti amicali. “Der Erwachsene”, “l’adulto”, così apostrofato in una forma quasi ironica, crede di non sapere come rapportarsi con la piccola, quell’essere umano altro da lui ma allo stesso tempo dipendente da lui. Il motivo di questa difficoltà è, nonostante non sia inizialmente interessato a vederlo, da sempre chiaro al protagonista: la ragione e l’intelletto, i due strumenti con i quali era riuscito a dare tutte le risposte della sua vita fino a quel momento, non rispondono più, non sono più sufficienti.

“Con l’arrivo della bambina fu come se si fosse aperta una trattativa, che imponeva all’uomo una tempestiva decisione”.

Il tempo gioca un fattore fondamentale nella “storia con bambina” perché il protagonista sa bene di essere già in ritardo e, per quanto tenti di rimandare il suo appuntamento con l’essere realmente adulto, la bambina che cresce gli impone un percorso veloce ed obbligato, fatto di salti, di deviazioni e di accelerazioni continue. L’inaspettato impeto di rabbia che lo porta a schiaffeggiare la bimba è una cesura violenta nel mezzo della narrazione: si tratta di una tappa fondamentale del percorso del protagonista, una separazione che lo conduce fuori dalla condizione di indifferenza alla quale si era abituato negli anni, quando aveva annullato la propria creatività per privilegiare l’intellettualismo, la cultura fine a se stessa, il cinismo di persone che snobbano i bambini dimenticando la propria dimensione interna. A quell’indifferenza, ora, si oppone lo sguardo della bambina, un raggio di affettività diretta e vicina di fronte alla quale l’ “adulto” di nome deve diventare “adulto” di fatto.

L’adulto scopre per la prima volta in ciò che gli appartiene un essere umano autonomo, indipendente da uno dei genitori […] che deve essere confermato in questa sua libertà!

La “storia” è costellata di spostamenti geografici continui. Al tempo che scorre corrisponde una mobilità continua e frenetica tra due paesi, presumibilmente tra la Germania e la Francia. La bimba vive con difficoltà questi continui traslochi e l’unico appiglio affettivo è legato alla lingua tedesca: attraverso una maestra che parla tedesco e l’accoglie in un ambiente estraneo, la bimba si sente compresa attraverso la lingua che, per lei, è semplicemente madre-lingua. Alla morte della maestra “tedesca”, un’eccezione rispetto alla norma di insegnanti “senza voce, senza sguardo, mera indifferenza”, la bambina affronta un ulteriore cambio di scuola nella quale manifesta un conflitto fondamentale, quello linguistico, sul quale Handke pone l’accento. Il bilinguismo della bimba viene osservato dal padre, finalmente adulto, con una certa preoccupazione. La lingua che acquisisce per seconda, presumibilmente il francese, non è veicolata dagli affetti, non è quindi autentica, ma sembra espressione di un “essere-fuori di sé” che il protagonista non riesce più a tollerare:

Mentre all’adulto la lingua straniera era diventata familiare con progressione lenta e impercettibile, la bambina, che pure aveva imparato molto presto a usarla meglio degli stessi compagni del luogo, parlava questa seconda lingua solo con riluttanza. Si notava che il cosiddetto bilinguismo non era soltanto, come soleva dirsi, un tesoro, ma a lungo andare produceva anche una dolorosa scissione.

Il bilinguismo, se “figlio” di distacchi e di separazioni perentorie che non lasciano spazio alla crescita di un sé affettivo, degrada inevitabilmente da “tesoro” a “scissione”. L’uso della seconda lingua da parte della bimba, benché meccanicamente ineccepibile, è dolore, anaffettività, pura realtà fonologica. A questo punto l’adulto apre gli occhi e si rende conto che la scissione nel linguaggio della figlia è il frutto delle sue fughe. Decide di tornare in Germania, stavolta non per fuggire ma per realizzare un proprio desiderio. Decide infatti di separarsi dalla bambina, e di lasciarla alla madre, quando intuisce di essere cresciuto nel rapporto con sé e con la bambina.

“Il ricordo è calore, e il suo oggetto una vaga sensazione cromatica che sopravvive ai tempi”

L’adulto, che ora potremo chiamare veramente tale, parte per ritrovare la propria creatività, ma si accorge ben presto che l’espressione più genuina di questa qualità umana non è la produzione letteraria, la realizzazione materiale di un insieme di parole, bensì il ricordo immateriale del rapporto vissuto con la bambina, il lungo e difficile percorso di trasformazione che tale rapporto ha reso possibile, l’immagine-certezza degli affetti scambiati che non sbiadisce nel tempo, ma che anzi prende forma proprio grazie al nuovo viaggio intrapreso dal protagonista. Solo così la letteratura, la capacità di raccontare attraverso parole e immagini, può smettere di essere esercizio esteriore per diventare strumento di crescita e trasformazione, un mezzo per riconoscere la propria storia personale e gli affetti che ne hanno consentito l’evoluzione, con la speranza di potersene separare per dare vita a capitoli sempre diversi e sempre nuovi. La creatività, tanto agognata e messa tra parentesi nei primi anni di vita della bambina, si rivela essere il frutto di una nascita riconosciuta e accolta dallo scrittore in tutta la sua fragile preziosità. La forza della penna di Handke diventa la lotta per non cedere ai momenti di sconforto e di conflittualità, il lirismo scaturisce non dall’imbellettamento delle apparenze bensì dallo sforzo costante per intuire le esigenze profonde nascoste dietro ai comportamenti, nelle sfumature dello sguardo di quel piccolo essere umano. Pur nella parzialità, il grande punto di forza dell’adulto raccontato da Handke è infatti questo tendere incessante all’integrazione tra una generatività biologica – l’aver messo al mondo un figlio – e una generatività interna; è dunque la possibilità di riconoscere l’autonomia e l’unicità di quella piccola vita di fronte a sé, anziché ridurla a mera appendice di sé da ricoprire con i vissuti, spesso delusivi, del proprio passato.

La fine del mondo era soltanto un’idea cervellotica: con ogni nuova coscienza ricominciavano le stesse identiche possibilità, e gli occhi dei bambini nella calca – guardali! – trasmettevano lo spirito eterno.

Nel viaggio che sancisce l’avvenuta trasformazione in adulto, lo scrittore si scopre colpito non dalle dissertazioni teoriche, non dall’esibizione di maestria poetica, ma dagli occhi dei bambini, che gli permettono non solo di ricordare la propria storia, ma di intuire una verità umana più grande, senza luogo e senza tempo. Il letterato si rende conto che quegli occhi parlano, gridano talvolta, chiedono agli adulti affetto e presenza, chiedono di nutrire non solo il loro fisico ma soprattutto la loro speranza e il loro coraggio di crescere per diventare finalmente se stessi, qualcuno di nuovo e di diverso rispetto a chi li ha generati, una forza propulsiva di vita e di cambiamento. È solo intercettando e riconoscendo tali sguardi che il mondo ha la possibilità di curare veramente le ferite del passato, di non precipitare nuovamente verso il conflitto, di scrivere una storia con la “S” maiuscola: non ripetizione degli sbagli e del nero dei padri (il riferimento al nazismo ci sembra qui molto chiaro), ma ricordo di ciò che l’uomo è riuscito a realizzare nel corso della propria esistenza e che incessantemente lo sospinge verso nuova sessualità, nuova nascita, nuove parole in grado di raccontare della possibilità della vita. Il nero si rivela per ciò che è, vale a dire non la condizione ineluttabile dell’essere umano, né tantomeno di un popolo, ma un fantasma animato dalle delusioni del passato che può essere esorcizzato da nuovi rapporti soddisfacenti e corrispondenti. Basta non chiudere gli occhi e non rendersi in prima persona deludenti con i propri bambini, intesi non solo come figli ma come tutte quelle parti di sé che propongono una possibilità di crescita attraverso il rapporto con chi è diverso da noi, arrivando ad esperire modi di essere prima impossibili perfino da immaginare.

Era sempre lei la maestra, in quanto gli insegnava ad avere più tempo per i colori di fuori, a vedere con più esattezza le forme e quindi a sentire più profondamente. […] La bambina va, in un generale selvaggio agitarsi, fino ai limiti estremi del mondo.

La Storia con Bambina trova conclusione nella sua festa dei dieci anni, un’età che non a caso rimanda al menarca, all’avvicinarsi dell’adolescenza e di una nuova generatività. A questa separazione, l’adulto è ormai così certo dell’autonomia della bambina, che non la blocca più. È lei a sapersi fermare, così come è lei che spinge entrambi sempre più in avanti, “fino ai limiti estremi del mondo”. Del loro rapporto entrambi portano il canto, una parola che è insieme immagine-ricordo e musica, un’integrazione di sensi ed affetti che permette al protagonista di vivere la separazione dalla bambina non come perdita bensì come accrescimento, come accordo armonioso di un passato vissuto con pienezza e di un futuro che ancora non si conosce, ma che parla di strade da scoprire e percorrere.

L’adulto accompagna a scuola per un tratto la bambina […] Altri scolari si uniscono, e la bambina prosegue con loro la strada. […] La parte luminosa sono balconi, finestre, le targhette nominative delle cartelle sulla schiena dei bambini che camminano […] Cantilena: a perpetuare la pienezza dell’amore e di ogni appassionata felicità.

Era il 1981 e, dì lì a poco, Handke sarebbe stato chiamato da Wim Wenders a collaborare alla sceneggiatura del capolavoro cinematografico Il Cielo Sopra Berlino. Qui la traccia più significativa lasciata dallo scrittore austriaco è proprio Lied vom Kindsein(intitolata in italiano Quando il bambino era bambino), una poesia recitata con la cadenza di una filastrocca che si sviluppa dalla ricerca portata avanti in Storia con Bambina, con note penetranti ma anche più malinconiche. Una sorta di testimonianza di come ogni conquista di trasformazione e di crescita non vada mai data per acquisita e definitiva, di come la possibilità umana del ricordo come ricchezza – e non come nostalgia – necessiti di una costante presenza affettiva e di un’apertura al rapporto col nuovo e col diverso mai facile e mai scontata.

Per questo, in occasione del Nobel ad Handke, ci preme portare all’attenzione quest’opera così intima e scevra di fronzoli intellettuali. Una storia che parla del desiderio di rispondere agli occhi di una bambina, che è prima di tutto desiderio di ritrovare in sé quel bambino che sapeva di poter crescere, esplorare il mondo, trasformarlo e trasformarsi sorretto dalla speranza di rapporti umani validi, caldi, accoglienti e colorati. Un racconto che non si può dunque ridurre alla storia con quella bambina, come recita la traduzione in italiano, ma che riguarda invece noi tutti, la nostra storia di bambini nati e la lotta per non perderla nei tanti conflitti che sorgono ogni volta che si perde di vista l’umano – l’immagine, gli affetti, i rapporti – cedendo invece all’apparenza, alle categorie astratte, alle divisioni.

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