“Dottore: chi ha lasciato l’aorta aperta?”

 

Il mondo sanitario si presenta come una realtà estremamente variegata: dai reparti di lunga degenza alle urgenze del pronto soccorso, dalla consulenza dello specialista al lavoro del medico di famiglia, per non parlare del notevole numero di figure professionali che operano in questo ambito (medici di ogni specializzazione, infermieri, psicologi, ausiliari, terapisti occupazionali, fisioterapisti, ect.). Tale diversità e frammentazione di ruoli risulta del tutto apparente se si focalizza l’attenzione su quello che caratterizza il professionista sanitario, ovvero il rapporto con il paziente, un individuo che vive una patologia fisica o psichica e che necessita di cura.

Come in ogni rapporto c’è un inizio.

“Toc toc”

“Buongiorno dottore…sto molto male”

“Buongiorno signora…mi racconti…”

In queste parole non c’è routine, quanto piuttosto la base per la costruzione della relazione professionista sanitario – paziente. Il ricostruire la storia clinica della persona è un momento cardine della visita medica di ogni professionista. La storia del paziente viene raccolta nell’anamnesi, termine che deriva dal greco e significa “ricordo”.

Ad ogni prima visita, ad esempio, il medico per conoscere chi ha davanti, raccoglie in modo organizzato delle informazioni dal paziente circa la sua storia patologica familiare e personale, quest’ultima sia legata al passato sia legata alla malattia per la quale si rivolge al medico. Sembra una procedura apparentemente semplice: a domanda del professionista, risposta del paziente.

In realtà l’anamnesi rappresenta un momento fondamentale nel rapporto che si vuole istaurare con il paziente, dove la comunicazione gioca un ruolo cardine.

Come relazionarsi con il paziente ad un primo incontro?

Come riuscire a ricostruire la sua storia senza incorrere nel rischio di un’anamnesi inquisitoria? 

Non esiste un decalogo di comportamenti a cui attenersi, né un elenco di domande giuste o sbagliate da dover porre per poter entrare in rapporto.

Se c’è reale interesse e partecipazione alla storia dell’essere umano, qualsiasi quesito sarà formulato, avrà la sua validità e appropriatezza. Solo all’interno del rapporto empatico il paziente racconterà di sé e della sua malattia e avrà quindi modo e tempo di ricordare tutti gli elementi che riguardano il suo stato di salute come ad esempio quando sono iniziati i sintomi o ancora quando si sono acuiti.

Alla base del rapporto ci deve essere una comunicazione valida che impegna il medico ad adattare il linguaggio e le sue modalità di relazione alla tipologia di persona che ha di fronte, dal paziente anziano che non capirà mai il significato di termini medico-specialistici, al bambino che non sarà sempre felice di farsi visitare.

Nei nostri corsi di counseling sanitario proponiamo che la salute, intesa come ben-essere della persona, nasca dall’integrazione di psiche, affetti e soma. In quest’ottica il paziente non è solo portatore di una malattia ma un essere umano con una propria realtà affettiva che, se valida, favorirà il benessere di quell’individuo, diversamente manifesterà la perdita di tale integrazione attraverso il corpo.

Scopo fondamentale di questo percorso è aiutare ciascun professionista sanitario a valorizzare il proprio percorso formativo, e far sì che le diverse figure professionali che si occupano di salute comprendano quanto i propri aspetti emotivi ed affettivi siano fondamentali nel rapporto con il paziente.

Dott.ssa Elena Berardelli, Medico e Counselor

Dott.ssa Margherita Trabucco, Psicologa e Counselor

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