Come ogni anno, dopo aver atteso pieni di aspettative le nostre ferie, dobbiamo confrontarci con il “tanto sofferto” rientro nel mondo del lavoro.

Cercando delle soluzioni sul web, troviamo spesso numerosi consigli su come poterlo affrontare in modo adeguato: maschere facciali, ridere almeno 15 minuti al giorno, pianificare il rientro qualche giorno in anticipo per potersi riappropriare dei propri spazi domestici e delle proprie abitudini.

E se tutto questo non fosse la risposta? Se nonostante tutti gli escamotage che possiamo mettere in atto per vivere al meglio questo momento, ci fosse una strana sensazione che si presenta ogni giorno a cui non riusciamo a dare un nome?

Confrontandomi con colleghi, amici e ricordando le mie esperienze personali, molti sono i vissuti che si presentano alla fine delle vacanze: temiamo di non sentire la sveglia, quella stessa sveglia che per un anno abbiamo programmato e molte volte spento in anticipo; proviamo stanchezza ed apatia come se quel periodo trascorso fuori casa, che è stato per noi fonte di arricchimento e di recupero, non fosse mai stato vissuto; temiamo di doverci nuovamente confrontare con il traffico mattutino, i colleghi con i quali spesso confliggiamo, le scadenze, il capo che alza la voce e tutte le responsabilità che accompagnano le nostre giornate.

Dove è rimasta tutta l’energia che sentivamo di aver recuperato in ferie? Chi di noi non ha provato quel senso di vuoto e di tristezza qualche giorno prima del rientro dalle vacanze? Cosa stiamo vivendo nel passaggio dal periodo estivo alla routine lavorativa?

Facciamo un passo indietro. Forse la vera domanda che dobbiamo porci è la seguente: come abbiamo vissuto gli undici mesi precedenti alla partenza?

Se viviamo quei mesi come un incubo da dover dimenticare e come una minaccia da cui liberarci, il viaggio allora diventa una fuga per scappare da una situazione insostenibile ed immodificabile, un atto di ribellione contro un nemico invisibile. Viviamo quelle due settimane di ferie con slancio ed apertura al nuovo, d’altronde in vacanza siamo tutti più energici e pimpanti; il problema è che le insoddisfazioni che lasciamo sulla scrivania alla nostra partenza, le ritroviamo prontamente al nostro rientro.

La reale difficoltà con cui ci confrontiamo quotidianamente è vivere l’anno lavorativo come un’occasione di crescita e di realizzazione personale, piuttosto che come destino ineluttabile dell’uomo che deve lavorare a capo chino unicamente per uno stipendio.

In quest’ottica, la spiegazione dell’apatia e del nervosismo al rientro non è dovuta alla fine della vacanza, ma al modo in cui ci separiamo ogni volta che viviamo una nuova esperienza. Se ci separiamo dal lavoro con la voglia di dimenticare tutti i problemi che ci hanno afflitto durante l’anno, automaticamente dimentichiamo anche tutte quelle volte in cui ci siamo posti in maniera propositiva, “in grado di” costruire una realtà lavorativa più soddisfacente e corrispondente al nostro ideale di lavoro. Di conseguenza viviamo la vacanza come una parentesi stupenda, senza riuscire tuttavia a riportare nel nostro lavoro quelle energie e quella vitalità ritrovate come fonte di arricchimento e di ispirazione per il nuovo anno che verrà.

Questa è una delle tematiche cardine che affrontiamo all’interno del nostro corso di Counseling Aziendale, poiché, se ci pensiamo bene, nella nostra quotidianità lavorativa ogni cosa è separazione: tanto quando usciamo di casa la mattina per dirigerci in ufficio, tanto quando siamo chiamati ad impegnarci su una nuova attività, tanto quando viviamo un cambiamento lavorativo importante. Come li affrontiamo tutti questi momenti? Come una nuova opportunità da vivere con entusiasmo e desiderio di realizzarci? O come l’ennesimo dispendio di tempo ed energie?

È solo ricordando e ritrovando quella nostra parte che non subisce ma trasforma e che quindi ci permette di vivere le nuove opportunità con desiderio e realizzazione, che possiamo affrontare i cambiamenti e le difficoltà.

Solo allora potremo viaggiare, separarci e poi ritornare con il ricordo dei bei momenti vissuti e con la speranza di poterne realizzare altrettanti all’interno della nostra vita, e quindi nel nostro lavoro.

Valeria Murri

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