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“Sognando sono più sveglia”

In una delle pagine più significative dell’autobiografia intitolata Ho vissuto molte vite. Ricordi (1963), Margarete Susman, poetessa, pittrice e saggista tedesca ignorata dalla critica letteraria, scrive: “I sogni non sono in nessun modo vergogne, come il mondo li ha considerati fino a questo momento; sono invece indice di una realtà nascosta perché sono ciò che succede nell’anima del sognatore stesso”. Il racconto della sua vita – o, per riprendere il titolo del libro, delle “sue tante vite” – è costellato di sogni che la scrittrice ha portato con sé per tutta la sua lunga vita (morì, quasi completamente cieca, a 93 anni). Un elemento, quello del resoconto dei sogni, inconsueto per i puristi del genere dell’autobiografia. Da donna del Novecento, Susman confessa che la psicanalisi ha costituito per lei, come per molti suoi contemporanei, un elemento fondamentale per superare la propria depressione e per comprendere alcuni aspetti irrisolti della sua esistenza. Eppure, della sua annotazione sui sogni, mi colpiscono tre fattori: l’incisività con la quale oppone i suoi sogni alla vergogna; il fatto che li collochi nell’anima, in una parte per lei precipuamente femminile dell’io; l’allusione a una realtà nascosta. Mi sembra insomma che il rapporto dell’autrice con la dimensione onirica sia molto più attinente alla storia di Margarete e alla sua capacità di scrittrice di creare immagini (ricorre alla parola Bild “immagine”) piuttosto che alla pratica psicanalitica.

Facciamo un passo indietro. Molte autrici del Settecento e Ottocento ben prima di Margarete, non potendo andare all’università né pubblicare libri propri, studiavano da autodidatte e, negli spazi domestici, leggevano, scrivevano diari e soprattutto lettere. Le lettere, fogli sparsi tanto lontani dalla nostra concezione di comunicazione, erano l’unico mezzo per mantenere i rapporti con chi era lontano: contenevano appunti personali, brevi aforismi, lunghi pensieri legati alla quotidianità, alle scelte difficili e dolorose della vita. In quelle intensissime righe scritte al calamaio era racchiusa una dimensione affettiva individuale di incredibile forza.

Nella Prussia d’inizio Ottocento è stata una donna ebrea di nome Rahel Levin Varnhagen ad aver trasformato la lettera da veicolo di un pensiero individuale in un vero e proprio genere letterario. Donna berlinese di grande cultura e amica di Goethe, Rahel era una scrittrice instancabile. Le sue migliaia di epistole, raccolte alla sua morte dal marito Karl Varnhagen, sono oggi lette e studiate ma non sempre comprese, né facilmente traducibili, per via del linguaggio articolato e della complessità delle immagini che evocano. Tra le prime studiose di quelle lettere vi è proprio Margarete Susman che a Rahel dedica saggi di grande spessore e di alto valore letterario.

In molte delle sue lettere Rahel racconta i propri sogni.

Nel racconto del suo mondo onirico ad amiche, amanti, frequentatori del suo celebre salotto letterario, Rahel vive la propria libertà dando una forma scritta alle sue immagini non censurate, agli incontri con le persone lontane e agli amori difficili. In una celebre lettera Rahel scrive di sé: “Im Schlaf bin ich wacher” (nel sonno sono più sveglia) .

Proprio come Rahel, che nei propri sogni trovava il proprio spazio di libertà, di creatività e di conoscenza di sé, e come Margarete che, pur non sapendolo, nei sogni aveva trovato i propri Bilder, anche noi, in una situazione di isolamento impensabile fino a qualche mese fa, possiamo scoprire nei sogni il luogo dove ricordare i nostri rapporti umani e tenere vive le nostre parti creative. Nei sogni ritroviamo i rapporti che ci mancano e che ci hanno fatto crescere, gli affetti fisicamente lontani ma internamente vicini, le nostre paure e le nostre insicurezze, insomma tutto ciò che dà voce al nostro mondo affettivo. Quei sogni, come scriveva Margarete, “non sono vergogne”, ma non devono essere neppure più nascosti perché sono la porta attraverso la quale accediamo alla conoscenza di noi stessi e perché portano tutti con sé la traccia del nostro essere nati.

La dimensione onirica, infatti, ci ricorda che, alla nascita, siamo sani, nudi, “senza vergogna” ed è lì che abbiamo creato la nostra prima immagine, quella che ritroviamo nei sogni, ad occhi fisicamente chiusi ma aperti sulla nostra interiorità, e che, a volte, fatichiamo a ritrovare nel nostro quotidiano.

Ricordarli in questo frangente, portarli con noi alla luce del giorno e raccontarli in una lettera, o in una email, ci aiuterà a mantenere il contatto con la nostra parte creativa, a renderci meno soli perché in grado di portare dentro di noi l’immagine delle persone che presto potremo riabbracciare.

 

Giuliano Lozzi

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