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Sogno di una notte d’estate

“La nostra ora nuziale, bella Ippolita, rapida avanza. Quattro giorni felici ancora e poi vedremo la luna nuova.”

Ed ecco che i riflettori si accendono: la luce irrompe, decisa, sul palco e caccia via l’oscurità, mostrando ciò che prima era buio; le assi di legno scricchiolano sotto l’incedere dei passi di Teseo, che porta con sé la sua Ippolita e dà inizio al Sogno di una notte di mezza estate.

Ecco allora che si susseguono le vicende di Ermia e Lisandro, due giovani innamorati divisi dal volere di Egeo, padre di Ermia, che la vorrebbe vedere in sposa al ricco Demetrio, di cui invece è da sempre innamorata Elena.

A vegliare sulle vicende umane è lo sguardo di Oberon e Titania, sovrani del mondo degli elfi e delle fate, dove la magia regna indiscussa e si avvale dei servigi di Puck, folletto dispettoso e impertinente che ribalta le carte in tavola e stravolge i rapporti del mondo umano. In questo gioco di specchi tra il mondo terrestre e il mondo magico, William Shakespeare non può che chiamare in causa l’arte e il teatro stesso, scrivendo delle vicende di un gruppo sgangherato di attori alle prese con uno spettacolo da presentare alle nozze di Teseo e Ippolita.

Ed è allora che forse lo spettacolo ha davvero inizio, quando Shakespeare ci costringe a perderci nel labirinto dell’intreccio, burlandosi della nostra razionalità, e ci fa approdare in un mondo altro, che va al di là di tutto ciò che possiamo vedere o spiegare concretamente, e che fa capo unicamente all’essenza più profonda dell’essere umano: il mondo dei sogni.

Ed è proprio nel sonno che tutti i personaggi di volta in volta cadono, come a voler ricercare nei sogni qualcosa che sfugge alla loro normale percezione, come se il sogno parlasse un linguaggio diverso e racchiudesse in sé un qualcosa di così profondamente puro e fragile da dover essere protetto per tutta la vita. E Shakespeare non fa altro che parlarci di quel qualcosa. Del resto, “Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”, diceva Prospero ne La tempesta, fondando su questa sostanza l’intera identità umana. Ma cos’è, in fondo, questa sostanza?

Si è sempre parlato del valore e del significato dei sogni, dall’antichità fino ad oggi, connotandoli come messaggi divini e profetici o ancora come espressione del mondo delle idee platonico, quell’iperuranio al di là della volta celeste sede delle idee immutabili e perfette; sia nella letteratura che nell’arte, nel cinema e nel teatro, si è sempre cercato di dare una forma al sogno e di scoprirne l’intima connessione con l’uomo. Van Gogh diceva “Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno”, intuendo quanto il sogno fosse peculiarità intrinseca dell’uomo, ed espressione del suo sentire più profondo.

E proprio seguendo questa strada che si arriva negli anni Settanta, quando una persona interessata al benessere dell’uomo nella sua globalità di corpo, mente e mondo degli affetti, andando contro tutti i dogmi imperanti e sovvertendo la coscienza comune, ci racconta una storia diversa: una storia che ha come protagonista un bambino che già prima di nascere, nel grembo materno, è in profondo contatto con il liquido amniotico, in un continuo rapporto di scambio e corrispondenza che lo aiuta a crescere e a venire al mondo con la prima importantissima consapevolezza, quella di saper amare ed essere amato. Egli si fa strada nel mondo con questa verità assoluta e al tempo stesso fragilissima, che deve essere confermata, accudita, protetta dalle persone che sono attorno a lui; in questo primo anno di vita la speranza di trovare rapporti corrispondenti deve confermarsi e continuare a essere confermata, perché sarà proprio questa consapevolezza che gli permetterà di crescere pian piano, di separarsi portando dentro ciò che ha vissuto, di lasciare il seno materno senza sentirsi abbandonato, di andare a scuola e entrare a contatto con il diverso senza che questo costituisca una minaccia. E allora la fondamentale importanza del sogno che “parla per immagini perché la parola non c’è, perché il sogno ricrea il primo anno di vita, quando appunto la parola non c’è. È il pensiero della nascita e del primo anno di vita.” [1]

Quel primo anno è lo scrigno di tutte le nostre più profonde esigenze, racchiude in sé il significato più intimo che daremo alla nostra vita e sarà da fondamento per tutti i rapporti che saremo chiamati a vivere.

Eppure, questa persona ci parla anche di un’altra storia: quella in cui il nostro protagonista si perde completamente, perché quella sua consapevolezza non viene accolta; ci parla di un bambino che sogna e desiderama non riceve risposte adeguate e non ritrova quella corrispondenza che era fulcro del suo essere e della sua nascita; davanti a questa dolorosa delusione quel bambino non può far altro che difendersi, alzando dei muri che, se da una parte non fanno entrare il dolore, dall’altra limitano il suo essere e la sua esigenza di esprimere ciò che ha dentro; e intanto la rabbia per le risposte non avute aumenta, così come aumenta la distanza che egli prende da sé stesso e dal resto del mondo, ora trasmutatosi in nemico.

E allora quella consapevolezza di saper amare ed essere amato si trasfigura in un rigido assioma per cui si può stare bene solo se ci si identifica nell’altro, si può vivere solo adattandosi ai rapporti che non ci riconoscono per quello che siamo, si può scambiare con gli altri esseri umani solo quella rabbia, quell’invidia, quell’odio a cui il nostro sentire più profondo ha lasciato il posto.

Forse questa storia di cui Massimo Fagioli ci parla, risuona così forte perché è la storia di ognuno di noi: se ci guardiamo bene dentro, ritroveremo anche noi il nostro protagonista, quel bambino che tanto tempo prima aveva creduto che amare ed essere amato fosse davvero possibile e potesse essere l’unica via per arrivare a una piena realizzazione; ritroveremo anche noi quel bambino che aveva bisogno di qualcuno che lo tenesse per mano e gli indicasse la strada, ma che invece è rimasto solo, e ha perso sé stesso.

È molto difficile per me, adesso che scrivo, riuscire a tirare fuori queste parole perché subito tornano alla mente le innumerevoli volte in cui mi sono aperta completamente e sono stata ferita, le innumerevoli volte in cui ho cercato delle risposte e ho ricevuto continui no, no e ancora no; eppure mi fa più male ricordare le innumerevoli volte in cui, davanti a quei rifiuti, io stessa mi sono detta no, e ho trasfigurato me stessa in una serie interminabile di: “No, sei sbagliata”, “No, non puoi ragionare così”, “No, non puoi dire queste cose”, “No, non ti puoi fidare di nuovo”.

Ma poi mi viene in mente l’immagine di un sogno a cui tengo particolarmente e a cui faccio riferimento quando mi blocco totalmente: un ciondolo, regalatomi da una persona molto importante per la mia crescita umana e professionale, con sopra scritto “Le tue ricchezze non le devi nascondere”. E allora mi vengono in mente le volte invece in cui quelle risposte le ho ricevute e sono stata in grado di darle a mia volta, le persone che con uno sguardo riuscivano a leggermi dentro e capirmi, i momenti in cui pensavo che non ce l’avrei mai fatta, e invece ce l’ho fatta; mi tornano in menti le lacrime, il dolore e la paura, ma subito dopo il coraggio, la gioia e quella sensazione di pienezza che ci accompagna sempre quando ritroviamo chi siamo. E allora la risposta non sta nell’alzare quel muro e evitando i rapporti, ma nel tirarlo giù, aprendoci a persone che ci vedono e accettano per quello che siamo, perché noi finalmente ci vediamo ed accettiamo per quello che siamo.

Allora in quella notte d’estate, sotto lo sguardo delle stelle del firmamento che fanno da volta al Globe Theatre, Shakespeare non ci sta raccontando solo intrecci amorosi, conflitti, sopraffazioni e sotterfugi, e di sicuro, non ci sta parlando di personaggi: perché Ermia, Lisandro, Demetrio e gli stessi Oberon e Titania non sono altro che persone che, ad un certo punto della loro vita hanno sentito di aver perduto quel mondo di affetti e si sono difesi nel mondo più doloroso in cui un essere umano può difendersi, tradendo sé stesso; ci sta parlando della possibilità di riscoprire quel mondo magico e creativo che è dentro di noi, capace di custodire tutto ciò che abbiamo vissuto senza perderlo mai ma portandolo con noi nelle nostre future esperienze; ci sta suggerendo che l’unica strada possibile per l’uomo è quella che lo conduce alla riscoperta di tutto ciò che cela dentro di sé, e al ritrovamento della prima, autentica e pura verità umana, che possiamo amare ed essere amati.

Jessica Cortini

[1]Fagioli M., Conoscenza dell’istinto di morte, Roma, L’asino d’oro, 2017, p.134

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