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Se solo Vienna fosse una casa su un albero

Quest’estate ho letto il romanzo di debutto di Dominik Barta, un autore austriaco originario di Linz ma naturalizzato viennese. Il libro si intitola “Vom Land” (“Di campagna”) e ha come protagonisti due bambini, Toti e Daniel. Il primo è musulmano, siriano ed immigrato in Austria con la sua famiglia; il secondo è austriaco, i suoi nonni sono contadini, i genitori sono benestanti della ricca provincia austriaca. L’amicizia tra i due nasce nel bosco. Daniel nota la bella casa che Toti ha costruito su un albero e vuole assolutamente salirci. Il loro legame cresce giorno dopo giorno, diventa sempre più profondo, giocano, si divertono, si raccontano, si conoscono, Daniel vuole persino imparare l’arabo.

Tuttavia, la famiglia di Toti non è ben vista dalla piccola comunità austriaca. Lo zio di Daniel, Max, alimenta e diffonde un sentimento ostile nei confronti della famiglia siriana. Uomo benestante e tutto d’un pezzo, è l’emblema dell’uomo di quella “nuova destra” che, in Austria, è ben radicata già da diversi anni.

Max è all’oscuro dell’amicizia che lega i due bambini, per liberarsi della famiglia siriana, inventa un pretesto per incolparli e, congiuntamente con la polizia, organizza un piano per scovare il nascondiglio di Toti. Trafelato, rabbioso, corre in mezzo ai boschi a cercarlo. Sarà sorpreso nel vedere che, a difendere Toti e a proteggere il loro rapporto di amicizia, ci sarà proprio il giovane nipote.

Era notte fonda quando ho saputo dei fatti di Vienna. Anche la capitale austriaca, la città della musica, la città della letteratura, il cuore pulsante della storia mitteleuropea veniva duramente colpita. Il dolore, le immagini crude e il solito cordoglio delle istituzioni. Su tutto, l’immagine di quell’uomo, trafelato, rabbioso, corre tra le stradine di Vienna con il fucile in mano e uccide, lucido e fermo, un altro essere umano.

In mezzo a tanto male, mi è balzato alla mente il libro di Barta e, nello specifico, ho pensato a due cose: all’autenticità e al calore del rapporto tra i due bambini, da una parte, e alla gratuità della violenza di Max, dall’altra.

Il rapporto tra Toti e Daniel è l’amicizia spontanea e irrazionale, è il legame inspiegabile che ci spinge verso l’altro, una forza che chiama il desiderio e la voglia di imparare, di conoscere e di crescere insieme.

La forza che muove i due uomini, invece, cos’è?

Ciò che li muove, e che li accomuna, è una cristallizzata impossibilità di percepire l’umano che risiede nell’altro, un’impossibilità che porta a vedere solo la parte esterna e materiale di noi: la razza, l’età, la religione, il colore della pelle diventano il “tutto” della persona che abbiamo di fronte. Non badiamo alla storia, al vissuto, agli affetti della persona, non vediamo in profondità ma ci limitiamo ad uno sguardo esclusivamente superficiale, un limite che, purtroppo, può costare molto caro. 

A questa nostra impossibilità, a questa nostra barriera verso l’esterno risponde, di converso, una negazione radicata e continuativa dell’esistenza, dentro di noi, di una costellazione diversa, fatta di calore, di apertura al rapporto interumano e alla reale opportunità di viverlo.

È da qui, da quel desiderio svuotato, da quel fiume divenuto secca, da quella foresta divenuta deserto, che scaturisce l’ideologia cieca, il fondamentalismo religioso, l’estremismo.

Mi sembra allora sia questa la negazione che porta Max a perseguitare la famiglia siriana e a ritenere inconcepibile che Daniel e Toti possano essere amici e mi sembra allora sia anche questa la negazione  che porta l’attentatore di Vienna a imbracciare un fucile e ad uccidere a sangue freddo, in nome della jihad, un essere umano.

È il capovolgimento del reale desiderio dell’essere umano: stare in rapporto con l’altro.

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