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Io e te a un metro di distanza

Niente baci e abbracci.

Sì perché invece prima eravamo tutti coccole, dimostrazioni di affetto ed espressioni fisiche di amore.”

 

Qualche giorno fa ho scritto questa frase su facebook, espressione volutamente ironica di una mia riflessione un po’ più articolata.

Ho pensato “ci sconvolgiamo della distanza di sicurezza, ci opponiamo almeno a parole ad un decreto che ci dice quanto dobbiamo stare vicino o lontano dalle persone a cui vogliamo bene, eppure fino all’altro giorno potevamo abbracciarci, sfregarci, unirci, stritolarci e scambiare ogni tipo di fluido corporeo ma forse non lo facevamo, non ci andava poi tanto, avevamo troppo da fare, eravamo impegnati e tenere il punto su una discussione di una settimana prima e l’idea di fare una carezza non ci sfiorava neanche”.

La verità è che queste misure di sicurezza ci stanno così strette perché non fanno altro che esasperare quello che internamente portiamo avanti da tanto, troppo tempo. Beninteso, nessuno vorrebbe mai vivere in un mondo di rapporti ad un metro, di assenza di contatto, io però vorrei portare il discorso dall’esterno all’interno per vedere che, forse, anche senza saperlo quelle “norme” le attuavamo già, su un piano affettivo, e questo non poteva che farci male.

Ci dicono di non baciarci e abbracciarci, di rispettare la distanza fisica di un metro e questo ci sconvolge solo perché in realtà quella distanza nei rapporti noi internamente l’abbiamo messa da anni. Abbiamo iniziato da piccolini le prime volte che ricercando affetto e accoglienza abbiamo trovato rigidità e non comprensione, abbiamo continuato da più grandi ogni volta che l’amico non ci ascoltava, il fidanzato ci tradiva, i genitori continuavano a volerci come loro, i colleghi erano invidiosi di noi, il capo non riconosceva il nostro valore. Siamo diventati professionisti della distanza interna che non si misura allungando il braccio per verificare che ci sia uno spazio adeguato per evitare la trasmissione di un virus, ma con i muri, le barriere, le armature messe lì a difesa di un mondo affettivo ferito e deluso che non voleva più ricevere dolori e per fare questo accettava, impassibile e allo stesso tempo terribilmente sofferente, di rinunciare anche all’amore.

In modo più o meno consapevole abbiamo iniziato a pensarlo da tempo che amare davvero è impossibile, che un rapporto in cui ci sentiamo accolti, possiamo ascoltare e comprendere, scambiare affetti, idee, sensazioni, non possa esistere realmente, che poi se non rispettiamo quella distanza di sicurezza, finiamo con lo stare male.

Allora forse quello che ci turba così tanto di questo decreto, oltre la comprensibile preoccupazione in una situazione difficile per tutto il paese, è la concretizzazione, l’espressione materiale di qualcosa che dentro di noi succede da tanto e che a volte non riusciamo neanche a vedere.

Vediamo materializzarsi fuori di noi, sotto forma di indicazioni e regole di comportamento, una modalità di rapporto interna che agiamo senza rendercene conto ma che ci fa stare male; come se la realtà ci facesse da specchio, riflettendo quello che sentiamo dentro.

Da quando, ancora piccoli, abbiamo iniziato a scalfire la certezza di trovare amore, corrispondenza, abbracci e comprensione nei rapporti, abbiamo gradualmente creato la versione di un “altro” (inteso come qualsiasi persona conosciuta o meno con cui possiamo interagire) pericoloso, bugiardo, traditore, distante, infetto. A volte non lo pensavamo coscientemente ma dentro di noi una flebile vocina diceva “non ti fidare, ora sorride ma poi ti farà del male”, oppure sentivamo forte una spinta a girare lo sguardo, a voltare le spalle, allontanarci e tornare indietro.

Ecco il COVID-19 non attenta solo alla nostra salute fisica, alla normale prosecuzione della nostra vita quotidiana, ma rischia di confermare quell’idea che si è gradualmente fatta spazio dentro di noi che parla di rapporti pericolosi, di abbracci che nascondono aggressioni, di baci che portano morte, di sorrisi che provocano contagio, di una vicinanza affettiva che nuoce. Rischia di fortificare il pensiero latente che l’unica cosa che possiamo fare quando c’è un pericolo o un problema è correre ai ripari, chiuderci, subire e sentirci in trappola.

Questo periodo difficile e complesso per tutti, a ben vedere, potrebbe invece darci una possibilità in più: volgere lo sguardo all’interno, senza dimenticare l’esterno.

Rimane il virus e la sua veloce diffusione, rimangono il pericolo, la paura, le misure di sicurezza imposte e le accortezze personali, fare finta che tutto ciò non esista sarebbe delirante ed estremamente più pericoloso della realtà stessa.

Rimane però anche la vita che, seppur ridimensionata nell’espressione esterna, è sempre e ancora vita. Rimane l’amore per i nostri compagni e compagne, figli, amici, familiari e forse “l’obbligo” di stare più insieme senza tanti impegni quotidiani da svolgere e eventi a cui partecipare, ci chiama a ritrovare e tirare fuori quella spinta che tanto tempo fa ci portava verso gli altri, a dare e ricercare amore con la speranza di trovarlo e non con la certezza di essere rifiutati.

Mentre combattiamo il virus che c’è fuori, impegniamoci a combattere il virus che abbiamo dentro, che noi stessi abbiamo contribuito a creare, inculcandoci e alimentando la bugia che i rapporti sono pericolosi e portatori di sofferenze, cancellando completamente l’esperienza e il ricordo vero e reale di tutte le volte che abbiamo vissuto gli sguardi complici, la sintonia, gli abbracci così forti perché devono trasmettere tutto l’affetto che si può, le carezze spontanee, i baci inaspettati, la telefonata che arriva proprio nel momento giusto, il capirsi solo guardandosi, le dichiarazioni d’amore fatte con le parole ma anche con i gesti, le piccole cose che non lo sappiamo neanche noi perché ma racchiudono tanto amore.

Ecco tutti noi fin da prima di nascere abbiamo vissuto anche tutto questo. E non c’è delusione, tradimento, incomprensione, trauma, dolore o virus che ce lo può portare via, perché è parte di noi, a dirla tutta è la parte più vera e viva di noi, e la scelta di nasconderla, negarla, rinchiuderla, “metterla in quarantena” o sentirla, conoscerla, sperimentarla, esprimerla, dipende solo da noi.

Allora per tenerci stretta la vita aumentiamo la distanza esterna ediminuiamo la distanza interna.

 

Irene Calzoli

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