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Un’ottima annata: la ricerca del Coeur Perdu

Un’ottima annata è un film del 2006 di Ridley Scott. Ci racconta la storia di Max Skinner, o almeno una parte di essa. Ci racconta che è un broker senza scrupoli, pronto a tutto pur di guadagnare. Un uomo che ama giocare in borsa, che ama il rischio e che odia perdere.

Quest’uomo, che vive nella fredda Londra dei palazzi di potere però, è stato un bambino, un bambino diverso rispetto all’uomo che poi è diventato.

In questa vita ordinata e precisa, c’è un evento che porta scompiglio all’interno della sua quotidianità: la morte dello zio Henry. Quando Max viene a sapere che lo zio è morto, infatti, decide di andare in Provenza, luogo dove l’uomo viveva, per andare a riscuotere la sua eredità: una grandissima tenuta ricca di viti che producevano vino, un prodotto di cui suo zio era innamorato e che riteneva fosse foriero di verità.

“Io amo fare il vino perché questo nettare sublime è semplicemente incapace di mentire, vendemmiato presto o tardi non importa, il vino ti bisbiglierà in bocca sempre con completa e imperturbabile onestà ogni volta che ne berrai un sorso.”

Questa è una frase che Henry pronuncia all’inizio del film quando vediamo un piccolo Max truccare una partita di scacchi per vincere. Lo zio, con un sorriso, glielo lascia fare, ma si era perfettamente accorto che il ragazzo stava barando.

Una volta giunto in Provenza Max si perde: sembra non essere in grado di guidare una piccola macchina, litiga con il navigatore, si smarrisce più e più volte prima di giungere alla tenuta. È un po’ buffa l’immagine di quest’uomo, così sicuro di sé, spavaldo, che non riesce a raggiungere una meta. Più avanti capiremo quanta fatica ancora dovrà fare Max, e quanta ancora dovremo farne tutti noi.

Giunto nella tenuta Max incontra il vignaiolo Francis Duflot, un personaggio fondamentale, un uomo che canta alle viti per farle crescere meglio, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita al vino e a cui è profondamente dedito. Quando viene a sapere che Max vuole vendere la tenuta va su tutte le furie, non riesce a comprendere come quell’uomo venuto da Londra possa disprezzare così una terra a lui tanto cara, una terra intrisa di storia, ricca di significato oltre che di prodotti vinicoli.

Max incontra poi una giovane donna americana, venuta lì per conoscere suo padre, Henry Skinner, di cui era figlia illegittima. Dapprima Max è impaurito dalla presenza della cugina, perché le sembra una minaccia per la sua eredità, ma piano piano i due instaurano un rapporto che aiuterà entrambi a crescere.

Di fondamentale importanza per il percorso del nostro Max è inoltre la bellissima Fanny, giovane ristoratrice, appassionata della sua terra, un po’ sprezzante degli uomini dai quali ha ricevuto tante delusioni. Un iniziale battibecco sancisce l’inizio di un rapporto che porterà entrambi a cercarsi, a fare dei passi in avanti e ad amarsi.

Questi tre sono i rapporti fondamentali che guideranno Max nel percorso di recupero della propria storia. Sì, perché Un’ottima annata è una storia di recupero di ciò che si credeva perso, è una storia di scoperta e riscoperta delle proprie qualità e delle proprie possibilità.

Ma andiamo per gradi.

Il nostro Max, giunto in Provenza solo per vendere la propria eredità, si rende conto, giorno dopo giorno, di quante cose aveva perso. Ogni angolo di quella casa gli ricorda un momento della sua infanzia vissuta lì, gli ricorda suo zio che gli ha insegnato a giocare a scacchi, a giocare a tennis. Suo zio gli ha anche insegnato a perdere:

“Un uomo dovrebbe riconoscere le sue sconfitte garbatamente così come festeggia le sue vittorie, Max. Col tempo vedrai che un uomo non impara niente quando vince. Perdere invece può condurre a grande saggezza. Il nocciolo della quale poi è quanto sia più gradevole vincere. È inevitabile perdere di tanto in tanto… il trucco è che non diventi un’abitudine.”

Lo zio Henry gli aveva insegnato l’importanza della sconfitta, nel gioco e nella vita. E la sconfitta è una cosa che accade a tutti noi, è fondamentale viverla ed imparare dai propri errori. La cosa importante è non abituarsi a perdere, non arrendersi, non fermarsi mai.

È sorprendente il modo in cui Max sembra aver dimenticato tutto. È sorprendente che, dopo le bellissime estati trascorse lì, lui abbia perso per decenni i contatti con lo zio, che, sebbene a volte enigmatico, è stato una figura valida per la crescita di questo bambino, forse l’unica che davvero si è presa cura di lui. Max è anche stupito di trovare alcune sue foto appese alle pareti, forse non credeva che lo zio potesse ricordarlo e dargli un’importanza tale da volerlo vedere ogni giorno sulle pareti della propria casa. E invece è così.

Max, nel conoscere quella che dovrebbe essere sua cugina, ne è all’inizio intimorito e se ne sente minacciato, per poi accorgersi di quanto invece lei sia alla ricerca di qualcosa che lui ha perduto. Lei sta cercando le sue origini, lei vuole conoscere Henry. Emblematico infatti è il momento in cui la ragazza, ubriaca, gli dice “Perché Henry non potrebbe essere mio padre?” e lui risponde “Perché ora che è tornato nella mia vita non sono sicuro di volerlo condividere!

Questa sua frase manifesta un po’ di insicurezza. Perché se si è saldi e sicuri dei rapporti che si hanno, non si avrà paura di condividerli, perché non si avrà paura di perderli, ma rappresenta anche il riconoscimento da parte di Max dell’importanza che quell’uomo ha avuto nella sua vita e nella sua crescita. Quella ragazza rappresenta per Max la parte più affettiva dello zio, un uomo che non si era mai legato in maniera stabile ad una donna. Lei è la reale e concreta prova del fatto che suo zio aveva avuto un rapporto di corrispondenza con qualcuno, un rapporto nascosto, passato, ma che c’era stato.

Anche Max riscopre la sua parte più profonda ed affettiva, quella che può cedere all’amore, che è spesso la cosa più difficile. Fanny, all’inizio spaventata come lui da un rapporto, riesce a lasciarsi andare con lui e lui riesce a fare lo stesso. I due camminano fianco a fianco ed è per questo che il passo in avanti di uno porta l’altro a fare altrettanto.

Questo film evidenzia quanto è importante recuperare la propria storia per poter crescere e che gli esseri umani senza la propria storia sono più poveri, sono monchi. Quello che manca non sono tanto i ricordi materiali di ciò che abbiamo fatto, bensì la parte di noi che ha realizzato dei rapporti e che ha vissuto delle esperienze e, se la portiamo con noi, ci permette di crescere, altrimenti ci fa rimanere fermi e sempre insoddisfatti.

Recuperare la storia allora significa riaprire gli occhi rispetto ad un mondo affettivo che credevamo perduto e impossibile da esprimere, mentre invece non lo era. Max aveva cancellato gran parte della sua infanzia, probabilmente per non ricordare il dolore di delusioni subite, ma così facendo ha cancellato anche i ricordi positivi: le estati in Provenza, l’odore del sigaro dello zio, il sapore del vino, ma soprattutto tutti gli affetti che aveva vissuto in quei momenti. Ed era diventato un uomo freddo, senza scrupoli e che si era allontanato da tutto ciò che aveva amato. Aveva sotto i propri occhi il Coeur Perdu e non se ne era accorto.

Un altro importante aspetto del film è infatti un famoso vino, il Coeur Perdu, il vino più pregiato e prelibato della Francia, di cui si ignora il produttore. Solo alla fine della storia si scoprirà che quel vino tanto ricercato, veniva prodotto proprio nella tenuta dello zio Henry, da quelle viti che un enologo aveva ritenuto improduttive e di poco valore.

Max Skinner dunque non cresce perché torna in Provenza, Max Skinner cresce perché recupera i desideri e le possibilità che aveva da ragazzo quando trascorreva il suo tempo con lo zio nella tenuta.

Max Skinner si innamora non perché è stato fortunato ad incontrare la donna giusta, ma perché ha lottato affinché questo avvenisse, perché non si è lasciato abbattere dai “no” che riceveva, perché ha creduto di poter essere amato davvero, ha riconosciuto negli occhi della donna che aveva di fronte qualcosa che solo se si è pronti ad accogliere l’altro si può riconoscere.

Max Skinner resta in Provenza non perché la vita campestre sia più bella di quella di città, della borsa e delle azioni, ma perché in quel luogo ha ritrovato sé stesso e ritrovandosi può scegliere dove andare. Potrà anche tornare in città se vorrà, ma lo farà in un modo completamente nuovo, perché ha riscoperto la potenza dei rapporti. E lo ha fatto non senza difficoltà, non senza momenti di cedimento, come tutti gli esseri umani che lottano.

Questo film ci insegna che si può lottare per realizzarsi, che la lotta non è facile ma è meravigliosa, che il passato serve per andare avanti, non per arenarci. Questo film ci insegna a ricercare il nostro Coeur Perdu sotto la superficie delle cose, senza stancarci mai, anche quando è difficile, anche quando siamo confusi e spaesati, anche quando non troviamo la giusta direzione. Siamo noi il nostro Coeur Perdu, siamo noi il vino più pregiato che può esserci in circolazione, dobbiamo solo saperlo riconoscere.

Sara Fiori

 

 

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