Giulia Tamburrano
Biologa Nutrizionista, PHD
Se mi chiedessero quando è iniziato veramente il mio percorso professionale, non saprei indicare una data precisa. Forse è iniziato da bambina, quando dicevo che da grande avrei voluto fare il medico. Mi affascinava l’idea di poter aiutare le persone, di alleviare una sofferenza, di portare un cambiamento positivo nella loro vita.
Poi la vita, come spesso accade, ha preso strade meno lineari.
Durante gli anni della scuola ho iniziato ad avere un rapporto difficile con il mio corpo e con il peso. Nello stesso periodo ho scoperto il mondo della genetica e ne sono rimasta affascinata. Quando arrivò il momento di scegliere l’università, decisi di seguire quella passione e mi iscrissi a Biologia.
Guardandomi indietro penso che quella scelta sia stata molto più di una scelta universitaria. Era il tentativo di comprendere l’essere umano partendo dalle sue basi più profonde.
Mi sono laureata con lode in Genetica e Biologia Molecolare e ho conseguito un Dottorato di Ricerca. Per anni ho lavorato tra laboratori, cellule, numeri, dati e meccanismi biologici.
Eppure sentivo che mancava qualcosa.
Era una sensazione difficile da spiegare: avevo raggiunto traguardi importanti ma non riuscivo a sentirmi completamente al mio posto.
Studiavo il funzionamento del corpo umano ma mi rendevo conto che dietro ogni dato esisteva una persona. Una storia. Un desiderio. Una sofferenza. Una possibilità di cambiamento.
Più andavo avanti e più sentivo il bisogno di avvicinarmi alle persone.
È stato allora che ho incontrato la nutrizione. Non la nutrizione fatta soltanto di calorie, schemi alimentari e tabelle ma la possibilità di osservare come il cibo si intreccia alla vita, alle emozioni, alle relazioni, all’immagine che ciascuno ha di sé.
Quella che inizialmente sembrava una nuova area di studio è diventata una passione sempre più grande. Ho iniziato a formarmi, a studiare, a sperimentare su me stessa ciò che imparavo. Ho visto che il cambiamento era possibile e, poco alla volta, è nato il desiderio di trasformare quella passione nel mio lavoro.
Così ho lasciato il laboratorio per dedicarmi completamente alla professione di nutrizionista.
Per diversi anni ho accompagnato le persone nei loro percorsi di cambiamento, eppure, ancora una volta, sentivo che mancava qualcosa.
Mi accorgevo che molte difficoltà non nascevano dalla mancanza di informazioni. Non bastava conoscere cosa mangiare per riuscire davvero a cambiare.
Dietro un comportamento alimentare c’era sempre molto di più. C’erano paure, aspettative, ferite, relazioni, immagini di sé costruite nel tempo.
In quel periodo ho partecipato a un corso di formazione durante il quale ho conosciuto Federica Piccolino. Quello che è iniziato come un incontro professionale si è trasformato rapidamente in un rapporto di amicizia e confronto che continua ancora oggi.
È stata lei a parlarmi per la prima volta di Soave Sia il Vento. Non ricordo tanto le parole quanto la sensazione che hanno lasciato dentro di me. A volte ci sono incontri che arrivano nel momento giusto e aprono possibilità che fino a quel momento non riuscivamo nemmeno a immaginare.
È così che ho iniziato il mio percorso di terapia personale: è stata, ed è, un’esperienza che ha cambiato profondamente il mio modo di guardare me stessa e, di conseguenza, il mio modo di guardare gli altri.
Ho capito che per accompagnare una persona nel cambiamento non bastano le competenze tecniche. Serve la capacità di ascoltare ciò che spesso non viene detto, di cogliere quello che esiste dietro un sintomo, dietro una difficoltà, dietro un comportamento che sembra inspiegabile.
Questa consapevolezza mi ha portato, anni dopo, a iscrivermi alla facoltà di Psicologia.
Non cercavo un nuovo titolo ma nuovi strumenti per comprendere meglio l’essere umano nella sua complessità.
Negli anni ho avuto la fortuna di collaborare con professionisti provenienti da discipline diverse: psicologi, psicoterapeuti, medici, fisioterapisti e osteopati.
Da ciascun incontro ho imparato qualcosa.
Ho compreso sempre di più che la salute raramente appartiene ad un solo ambito e che le trasformazioni più profonde nascono quando si riesce a guardare la persona nella sua interezza.
Oggi faccio parte di un team multidisciplinare impegnato nella progettazione e nell’erogazione del corso “Questione di pancia o di testa?” e sono tra gli autori dell’omonimo libro.
Se dovessi definire ciò che faccio, però, probabilmente non partirei da qui. Direi invece che il mio lavoro consiste nell’accompagnare le persone a costruire un rapporto diverso con il proprio corpo.
Un rapporto meno basato sul giudizio e più sulla comprensione.
Meno sulla lotta e più sulla possibilità di cambiamento.
Dal 2014 ho avuto il privilegio di seguire tantissime persone. Ognuna mi ha insegnato qualcosa.
Continuo a studiare, a mettermi in discussione e a crescere, perché credo che non esista una versione definitiva di noi stessi.
Lo riconosco anche nel mio percorso personale.
La donna che oggi vedo allo specchio non è quella di vent’anni fa e non sarà quella che vedrò tra dieci anni. E va bene così. Perché crescere significa anche accogliere il cambiamento.
Forse è proprio questo che desidero trasmettere alle persone che incontro ogni giorno: non la ricerca della perfezione, ma la possibilità di diventare, passo dopo passo, la versione più autentica di sé.
