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Sonia Laganà

Psicologa e Psicoterapeuta

sonia laganà

Mi chiamo Sonia Laganà, ho 36 anni, da 11 anni sono psicologa e da 3 sono una psicoterapeuta. Collaboro con Soave sia il Vento con il quale ho svolto e svolgo la gran parte della mia formazione professionale post lauream improntata sullo studio della Teoria della Nascita di Massimo Fagioli.

Ho conosciuto Soave sia il Vento durante i miei ultimi anni di università per quello che si potrebbe definire un caso. Una delle mie colleghe era Cecilia Biava; lei studiava per conseguire una delle svariate sue lauree, io cercavo di conseguire la mia con diligenza ma con scarsa consapevolezza di cosa realmente implicasse diventare psicologa. Fu lei che, con la drasticità e la disinvoltura di chi ti dice la cosa più sconvolgente con la massima naturalezza, mi fece per la prima volta notare che nessuna laurea sarebbe mai stata sufficiente a permettermi di diventare psicologa se non avessi cominciato un percorso di psicoterapia personale.

A questo punto mi devo indubbiamente riconoscere delle qualità: l’aver intuito che il caso non esiste e che quella persona in realtà stava contribuendo a diradare la nebbia nella quale vivevo e che cercavo di risolvere facendo tanto affidamento sulle mie doti razionali da seria studentessa.

Poco dopo cominciai il mio percorso di psicoterapia con il dott. Carlo Lazzerotti che tuttora prosegue e solo negli anni ho compreso la preziosità di quell’invio da parte di una collega che poi sarebbe diventata molto di più.

Un po’ come tutti mi portavo dietro come una zavorra una storia complessa che non avevo elaborato.

Sono nata a Soverato, un piccolo paese della Calabria affacciato sul mare. Quando penso alla mia infanzia mi torna alla mente il rumore delle onde e quella sensazione di casa che mi portava a trascorrere in riva al mare tutto il tempo che potevo in estate ma anche in inverno quando mi sembrava che quel posto fosse solo per me.

Si può dire che fino a quel momento le cose andassero abbastanza bene ma poi quando avevo quattro anni e mezzo è nata mia sorella.

Durante gli anni della psicoterapia ho iniziato a comprendere quanto quella nascita avesse rappresentato un momento di grande cambiamento per me. Ricordo poco dei primi tempi vissuti da sorella, ma ci sono aneddoti che mi sono stati raccontati e che, con il tempo, hanno acquistato un senso diverso da quello attribuito loro originariamente. Mia madre era naturalmente assorbita dalla cura della neonata e io passavo il tempo con un bambolotto, cercando di imitare tutto ciò che vedevo fare a lei.

Oggi penso che quella sia stata la mia prima grande crisi: il mondo che fino a quel momento avevo conosciuto aveva dovuto fare spazio a qualcun altro. È un passaggio naturale nella vita di tanti bambini, ma ogni bambino ha bisogno di essere compreso e aiutato ad affrontarlo.

Oggi guardo con tenerezza a quella bambina che cercava di capire se ci fosse spazio anche per lei e con comprensione a quei due genitori che avevano tante difficoltà a rispondere alle mie esigenze.

Date queste premesse, non stupisce che il rapporto con mia sorella sia stato per molti anni conflittuale. Senza rendercene conto abbiamo finito per ricoprire ruoli diversi all’interno della famiglia. Io ero la maggiore, quella da cui ci si aspettava qualcosa in più. Lei, essendo arrivata dopo, trovava spesso una strada già spianata. Per molto tempo ho vissuto questa differenza come un’ingiustizia. Mi sembrava di aver dovuto conquistare con fatica cose che per lei arrivavano con facilità.

È stata la terapia personale ad aiutarmi a guardare quella storia con occhi completamente diversi.

Negli anni ho capito che se io avevo vissuto mia sorella come una piccola usurpatrice al mio trono di figlia unica, io dovevo essere stata per lei un esempio difficile da seguire: la sorella grande che era sempre meglio di lei.

Le cose si erano appena assestate quando ai miei 7 anni mio padre si trasferì a Roma per lavoro mentre noi rimanemmo in Calabria.

Per cinque anni la nostra vita ebbe un ritmo preciso: l’attesa del venerdì, quando andavamo in stazione ad aspettarlo, e la tristezza della domenica sera, quando lo salutavamo di nuovo. Ricordo perfettamente quelle partenze e il dolore che mi procuravano.

Quando finalmente raggiungemmo papà a Roma avevo dodici anni. Ricordo la felicità di sapere che non sarebbe più dovuto ripartire ogni domenica sera ma anche l’ennesimo vissuto di perdita per tutto quello che lasciavo: il mare, le mie amicizie, una quotidianità che non sarebbe più tornata.

È superfluo dire che l’adolescenza non fu un periodo semplice. Ero arrivata a quattordici anni con un discreto bagaglio di passaggi dolorosi alle spalle e solo nella terapia che avrei cominciato anni dopo ebbi la possibilità di ricostruire la mia storia che si era interrotta nelle tante separazioni vissute come perdita e abbandono.

In quegli stessi anni ad ispirarmi la scelta di psicologia all’università fu la mia professoressa di filosofia, materia d’elezione per gli adolescenti in cerca di risposte. Mi appassionai alla possibilità di andare oltre l’apparenza delle cose e soprattutto mi sembrava di aver trovato un adulto finalmente in grado di rispondere alle mie domande.

A sedici anni è arrivato anche Enrico che con il tempo è diventato mio marito e il padre di mio figlio Nicolas.

Dopo il liceo mi iscrissi a Sapienza convinta che avrei trovato le risposte che cercavo. In realtà non fu così. Ogni teoria spiegava qualcosa ma lasciava fuori qualcos’altro. Cominciai a capire che nessun libro avrebbe potuto spiegare davvero l’essere umano se non fosse stato accompagnato dall’esperienza del rapporto clinico.

L’incontro con Cecilia Biava, inizialmente collega universitaria e oggi direttrice di Soave sia il Vento, mentore e amica, e con il dottor Carlo Lazzerotti ha rappresentato uno dei passaggi più importanti della mia vita.

La terapia personale non è stata soltanto un passaggio della mia formazione. È stato il luogo in cui ho iniziato davvero a conoscermi. Ho scoperto che molte delle domande che mi accompagnavano fin da bambina non cercavano una risposta teorica ma affettiva.

È lì che ho capito che non si può accompagnare qualcuno in un percorso di cambiamento senza essere disposti, ogni giorno, a continuare a cambiare anche noi e che la conoscenza più importante, soprattutto per chi svolge questo lavoro, è quella di se stessi.

Da quel momento la mia vita personale e quella professionale hanno smesso di camminare su due binari diversi. Sono diventate la stessa strada.

Da allora continuo il mio percorso di terapia personale, le supervisioni cliniche e gli incontri di interpretazione dei sogni, perché credo profondamente nella crescita e nella trasformazione umana.

Nel tempo ho iniziato a collaborare con Soave Sia il Vento, dove ho avuto modo di approfondire il valore del lavoro multidisciplinare e della cura della persona nella sua integrazione di corpo, mente e affetti.

Ho partecipato alla progettazione e all’erogazione di percorsi dedicati ai genitori, “Crescere è favoloso”, e volti a creare uno spazio di incontro tra genitori e figli attraverso il linguaggio delle favole.

Parallelamente ho lavorato come tutor didattico universitario e, dal 2017, insegno nei Master di primo livello dedicati ai Servizi per la Prima Infanzia e all’Educazione Ambientale e Sviluppo Sostenibile. Insegnare è sempre stato per me un altro modo di prendermi cura delle persone.

Successivamente mi sono specializzata in Psicoterapia dell’età evolutiva a orientamento psicodinamico e nel 2023 è nato mio figlio Nicolas.

Con la sua nascita ho scelto di lasciare il lavoro come tutor universitario per dedicarmi completamente alla libera professione, alla psicoterapia e alla formazione.

Oggi collaboro stabilmente al progetto “Questione di pancia o di testa?”, un percorso che riunisce professionisti di discipline diverse con un obiettivo comune: guardare la persona nella sua interezza, senza separare il corpo dalla mente e dagli affetti.

Da questa esperienza è nato anche il libro Questione di pancia o di testa, frutto di anni di studio, confronto e lavoro condiviso.

Ogni persona che incontro mi ricorda che dietro ogni sintomo esiste una storia e che dentro ogni essere umano esiste una possibilità di trasformazione.