fbpx

Se gli alieni siamo noi

In questo periodo più che mai il tema ufologico ci spinge ad alzare gli occhi al cielo per scrutarlo con attenzione nella speranza di poter osservare luci o forme particolari. Luci che sfrecciano nel cielo, o che rimangono sospese prima di scomparire repentinamente. Luci che evochino in noi mistero e curiosità e che facciano pensare alle fantomatiche navicelle aliene rese note da film e romanzi fantascientifici. Per molto tempo infatti parlare di U.F.O. ed alieni è stato ricondotto ad un universo fantastico, immaginifico, che però aveva poca attinenza con la realtà. Oggi invece sembra che la situazione stia cambiando. I fenomeni denominati “U.F.O.” dall’inglese Unidentified Flying Object Unknown Flying Object  sembrano entrare concretamente nelle nostre vite. Le notizie che arrivano infatti dal Pentagono sembrano confermare che nei nostri cieli volteggiano, apparentemente infrangendo i limiti fisici che la scienza attuale conosce, dei veicoli non identificati, degli U.F.O., ribattezzati U.A.P., Unidentified Aerial Phenomenon. Questo ovviamente non implica necessariamente che questi fenomeni, che sono in corso di indagine da parte dell’intelligence americana, siano per forza riconducibili a tecnologia extraterrestre ma comunque per gli appassionati è un momento elettrizzante.

Se ci pensiamo bene il tema degli U.F.O. è entrato a tal punto nella cultura popolare da “festeggiare” il 2 Luglio la ricorrenza del famoso primo “U.F.O. crash”: il popolare caso di Roswell pietra miliare della ricerca della vita oltre il nostro pianeta. La storia, divenuta leggenda, narra per l’appunto che il 2 Luglio 1947 l’allevatore del Nuovo Messico William Ware Mac Brazel ritrovò nel suo campo dei rottami particolari che lo condussero sino a trovare un U.F.O. schiantato al suolo con vicino due cadaveri di alieni. Questa storia fu subito smentita dalle autorità, ma si alimentarono altrettanto rapidamente teorie alternative che interpretarono le azioni governative come un insabbiamento dell’accaduto. Nel 1994 poi Ray Santilli, un discografico londinese, affermò di essere in possesso di un fantomatico video dell’autopsia di uno dei due alieni che perirono nell’incidente di Roswell, video che tuttavia sottoposto ad un’accurata analisi venne definito dalle autorità come falso. Purtroppo per i “fan” della vita extraterrestre, la pistola fumante della loro esistenza non era stata trovata, come le prove di un loro passaggio sul nostro pianeta.

Tuttavia le teorie che vedono gli extraterrestri come fenomeni recenti della storia umana non sono le uniche in circolazione ed infatti oggi è molto frequente imbattersi, soprattutto in rete, in quella che viene definita la paleoastronautica. Gli U.F.O in questa chiave di lettura sarebbero da sempre su questo pianeta, ed avrebbero solcato i cieli sin dalle origini dell’uomo tanto da trovarne chiari riferimenti in diversi testi antichi. Secondo alcuni studiosi, leggendo questi testi in modo letterale e non allegorico o metaforico è possibile trovare tracce di velivoli extraterrestri, ad esempio, in scritti biblici, ebraici, sanscriti. Insomma, secondo i teorici della paleoastronautica, gli alieni sarebbero “con noi” da sempre. Ma questi alieni sarebbero buoni o cattivi? Entrambi.

Le teorie che parlano della vita extraterrestre si dividono in due: in coloro che intendono gli extraterrestri “buoni” salvifici, elevati spiritualmente, supportivi o in coloro che li considerano “cattivi” che ci sfruttano e studiano o si nutrono di noi. Non esistono zone intermedie nella definizione di queste forme di vita, ricondotte ad un processo duale che spesso attuiamo anche nella nostra vita da terrestri: amico o nemico. Una logica stringente che logora la possibilità di rapportarsi con il diverso, poiché non considera il fatto che non per forza bisogna essere amici per stare insieme e non per forza questo determina l’essere un nemico: semplicemente ci può essere chi è “altro da noi”, con la sua cultura, con la sua identità, il suo rapporto con il mondo. Altro.

Che siano di passaggio o che sorvolino i nostri cieli sin dall’antichità, che siano buoni o cattivi, negli ultimi settant’anni si è propagato un interesse significativo per le forme di vita extraterrestri, rendendo gli “omini verdi” simboli riconoscibili in pubblicità, film, videogiochi, cartoni animati: da un punto di vista culturale gli “alieni” sono effettivamente atterrati sulla terra facendoci sentire un po’ più abitanti del cosmo e non solo del nostro pianeta.

“Siamo soli nell’universo?” Quante volte guardando il cielo ci siamo posti questa fatidica domanda, ma se invece la stessa la ponessimo guardando il più vicino nostro pianeta, nella nostra vita? Siamo chiamati spesso a cercare la vita tra le stelle, fantasticando su mondi lontani ma, a prescindere dall’esistenza degli extraterrestri, la riusciamo a trovare su questa terra la stessa “vita” ? Quel “siamo soli nell’universo?” può nascondere in alcuni casi un sentirsi soli tra gli abitanti della propria realtà, una chiusura rispetto agli altri, a chi è diverso da noi, che tendiamo a sentire distante e minaccioso e che tentiamo perciò di allontanare, perdendo però anche noi stessi e la nostra umanità nel tentativo di scacciarlo.

In questi casi ci trasformiamo in “extraterrestri” rispetto agli altri e viceversa, anche gli altri ai nostri occhi si trasformeranno in inquietanti “alieni”. Certo, non si vedranno concretamente i grandi occhi neri dei grigi, o le squame dei rettiliani ma metaforicamente saremo lontani anni luce dagli altri, dai nostri rapporti umani. Umani che vedono alieni in altri umani, che li rendono in un certo senso pericolosi disumani da combattere o da cui scappare.

Sul pianeta terra purtroppo non abbiamo dato spesso prova di saper accogliere la diversità altrui e, infatti, sovente il rapporto tra pensieri, modi di vita, sessualità, religioni hanno innescato conflitti anche secolari. Abbiamo reso alieno chi aveva la pelle diversa dalla nostra, chi preferiva gli uomini invece che le donne e viceversa, chi non aveva il nostro stesso credo. Il termine alieno, dal latino “alienus”, porta con sé una particolare accezione dell’alterità, cioè connota, colorisce quell’alterità: minacciosa, quindi da combattere, da scacciare. Ciò che è diverso da noi allora si trasforma in alieno, perdendo così l’essere umano e la sua umanità e con essa la possibilità di potercisi rapportare.

Alienarsi e “alienare” gli altri diversi è una pratica sottile più frequente di quello che immaginiamo, ma non è rilevabile se si osserva il mondo da un punto di vista esclusivamente concreto, che non vede la realtà profonda oltre le ragioni apparenti.

Nell’alienazione si perde qualcosa di se stessi, e non lo si vede più neanche negli altri che sono presenti fisicamente, ma assenti dentro “chi si aliena ed aliena”: è la perdita del mondo affettivo, possiamo dire oggi, ciò che ci rende esseri umani tra esseri umani, che definisce il significato delle nostre azioni e dei nostri rapporti. Come sostenevo prima, chi si aliena e rende gli altri alieni, non si trasforma fisicamente in un “Grigio” o gli spunta la coda da “Rettiliano”, ma dentro di lui accade qualcosa: è come se la pelle, il primo organo di contatto con il mondo, si riempisse di fitte squame insensibili, e gli occhi si annerissero, impedendo di “vedere” le realtà umane invisibili. La bocca, lo strumento primario di comunicazione con il mondo, si serra o è pronta mordere, come solo un “visitor” può fare. Esternamente si assomiglia ad esseri umani ma internamente si è alieni.

Allora, in questo caso la domanda dovrebbe diventare “mi faccio solo nel mio universo?” e guardando il nostro microcosmo, la terra, la soggettiva quotidianità, potremo osservare le più disparate razze aliene, con le quali gli uomini e le donne che hanno perso loro stessi si sono identificate; ma potremo allo stesso tempo trovare anche chi non è diventato alieno ed è rimasto ancora umano dentro di sé. Perché infatti l’essere umano non nasce per diventare altro, come una rosa non nasce per essere le sue spine.

Anche noi terrestri abbiamo fatto un viaggio intergalattico nella nostra vita, solo che non lo ricordiamo. Anche noi da feti che si rapportavano con il liquido amniotico siamo sbarcati in “un pianeta” completamente diverso quando siamo nati, sperando ed investendo affettivamente quell’ incomprensibile ignoto che era il mondo, alla ricerca di esseri umani. Siamo stati astronauti che sapevano viaggiare, che non si perdevano perché erano lontani da casa, poiché la portavano internamente, la ricordavano. Anche se alle volte la storia personale e quella del mondo sembra confermarci il contrario, l’essere umano nasce per essere in rapporto con chi è diverso da lui.

Allo stesso modo, guardare le stelle in cerca di U.F.O. può avere anche questa componente: sperare, desiderare rapporti che possano essere validi accettandoli anche se provengono dallo spazio profondo, investire affettivamente l’intero universo, non dimenticando però la terra: in caso contrario saremo solo alieni che sperano di trovare umani, da cui però allo stesso tempo sono terrorizzati.

L’essere umano nasce per essere umano, in tutte le sue forme e contenuti e, personalmente, spero che se gli extraterrestri esistono e ci guardano dal loro U.F.O., si vogliano rapportare con gli umani e non con chi non lo è più. Non avendo una risposta certa, oggi 2 Luglio, possiamo provare a guardare il cielo in modo diverso, in cerca di U.F.O. come di stelle comete, di desideri, di rapporti da realizzare, potendo però poi abbassare lo sguardo e continuare a desiderare, partendo quindi dal presupposto cardine che per poterci rapportare validamente con forme di vita extraterrestri, dovremo essere in grado di poterlo fare prima anche con i nostri coinquilini terrestri senza alienarsi o alienare.

Giorgio Tullio De Negri 

 

Comments are closed.